Anche ad Aquino abbiamo
il nostro Simenon o, se volete, un nuovo Chandler ! In questo nostro paese,
ricco di critici letterari, di storici, di poeti e saggisti, mancava
decisamente uno scrittore di romanzi polizieschi. E Paolo Secondini ha riempito
questo vuoto ! Il suo “noir” all’italiana, “Il fine giustifica i mezzi” è
un bel romanzo di genere che si lascia leggere d’un fiato, con un andamento
lineare e un ritmo incalzante, tutto racchiuso nelle ore di vigilia di un
Natale qualsiasi in un paesino qualsiasi d’Italia. Con una scrittura lieve e
precisa ed un’estrema pulizia lessicale, Paolo ci accompagna nelle indagini del
Maresciallo Cargiulli e, con sentimento ed ironia, verso la conclusione
inaspettata del caso di omicidio di cui lo stesso si occupa.La trama non è
monocorde, ma si gioca tutta con una serie di figure ben tratteggiate, dal
senzatetto Lappi allo zelante appuntato Frinieri, dal loquace barbiere Alfredo Barba
e capelli alla escort Elvira Benedetti, dalla vedova Deretti alla saggia
cameriera Antonietta Filangia: tutti personaggi con una loro specifica identità
e logica, perfettamente inseriti in una vicenda delineata con sentimento ed
ironia.Non è il caso che io riveli chi è l’assassino, ma posso dire che il
racconto si legge d’un fiato e la sorpresa finale è assicurata.Del piacere
provato nella lettura devo ringraziare Paolo e invitarlo, con sincera amicizia,
a fornirci altre delizie.
martedì 15 ottobre 2019
domenica 15 settembre 2019
FONTANA DELLE NAIADI
Passano gli anni. Inesorabilmente.
Scompaiono uomini e cose.
Ma molte antiche costruzioni architettoniche, o resti di queste, sembrano fidare i tempi.
Non sempre è così.
Alcuni monumenti, anche più recenti, di sicuro belli, caratteristici, non hanno lasciato alcuna traccia, come dissolti nel nulla…
È il caso della bella e artistica Fontana delle Naiadi, esistente ad Aquino, nell’attuale piazza San Tommaso.
Quale il motivo della sua scomparsa?
Alcuni monumenti, anche più recenti, di sicuro belli, caratteristici, non hanno lasciato alcuna traccia, come dissolti nel nulla…
È il caso della bella e artistica Fontana delle Naiadi, esistente ad Aquino, nell’attuale piazza San Tommaso.
Quale il motivo della sua scomparsa?
martedì 30 aprile 2019
DIOMEDE: LA FRECCIA di Peppe Murro
C’erano i fratelli Mazzaroppi, “i moschettieri”, votati alla
squadra con tenacia e passione; c’erano Adriano e Gigino, “le torri”, imperiosi
in attacco e al centro; c’era Biagino, “la roccia”, che in difesa non faceva complimenti
a nessuno e fermava ogni attaccante, con le buone o, talvolta, con le cattive.
E poi c’era lui, Diomede, “la freccia”, quello che più di altri accendeva i
nostri cuori e le nostre gole: un’ala d’attacco come non si era mai visto nella
squadra di calcio aquinate!
Mario “Diomede” era un bolide imprendibile quando partiva sulle fasce, palla al piede e dribbling fulminante, provocando brividi di paura alla difesa avversaria ogni volta che convergeva al centro: e noi, seduti sul muro di cinta del campo sportivo ad urlare “forza Mario, forza Diomede!...passa…tira !”
E una volta, per la foga, Umberto cadde dal muro, e per sua e nostra fortuna cadde su un mucchio di pozzolana, guadagnandosi, comunque, per tutti noi la solenne e tassativa proibizione di salire ancora sul muro. Ma anche attaccati alla rete di recinzione i nostri incitamenti non erano da meno e, per farci sentire di più, quando si cambiava campo cambiavamo posto anche noi, correndo immancabilmente verso la porta avversaria dove di sicuro sarebbe spuntato lui, Diomede “la freccia”, a farci gridare e gioire al goal in arrivo.
Come tutte le cose, un giorno anche la sua carriera di calciatore finì: Mario “Diomede, la freccia” appese, come si suol dire, le scarpe al chiodo, anche se per noi restava sempre “la freccia”, il guerriero che, senza essere Achille, ci aveva esaltato e fatto sognare.
L’ho ritrovato dopo tempo a coltivare le sue passioni: pizza, dolci e infine, gelati.
Quando aprì “Il Giardinetto” fu un successo enorme: la gente faceva la fila per gustare le sue creazioni. E ogni volta mi chiamava per farmi vedere come aveva combinato le coppe di pistacchio e cioccolato, le guarnizioni di frutta, la polvere di cacao. Ero contento per lui, mi sembrava giusto il suo successo, quasi una ricompensa per la gioia e le emozioni che ci aveva regalato: non era più “la freccia”, ma restava per sempre e per tutti “Diomede”!
L’anno seguente, visto il successo, decise di ingrandirsi, come si dice, di “fare il grande salto”: non ci crederete, ma tante sere le abbiamo passate a guardare i tavoli desolatamente vuoti; i compaesani sembravano dissolti nel vuoto. In breve, di quelle file di clienti si era persa ogni traccia, anzi, sembrava quasi che ai suoi concittadini non piacesse più il gelato. Inutile dire che chiuse l’attività. “Diomede” andò via, a tentare caparbiamente la sorte lontano dai suoi distratti concittadini.
Un giorno seppi che era morto, in una terra che non era la sua, e mi parve giusto che i suoi compaesani fossero assenti alla sua morte come lo erano stati nella vita. E provai rabbia, pensando a quanto labile successo ti riservi questo paese: un giorno ti osannano e l’indomani ti ritrovi solo.
“Ingrata patria…” griderebbe Virgilio, ma non è il caso. A me piace ricordarlo come l’altro “Diomede”, eroe misconosciuto di greci distratti e vili, ricordarlo il “Diometro” di Rosino: gelataio… pasticciere… ”la freccia”… per sempre.
Mario “Diomede” era un bolide imprendibile quando partiva sulle fasce, palla al piede e dribbling fulminante, provocando brividi di paura alla difesa avversaria ogni volta che convergeva al centro: e noi, seduti sul muro di cinta del campo sportivo ad urlare “forza Mario, forza Diomede!...passa…tira !”
E una volta, per la foga, Umberto cadde dal muro, e per sua e nostra fortuna cadde su un mucchio di pozzolana, guadagnandosi, comunque, per tutti noi la solenne e tassativa proibizione di salire ancora sul muro. Ma anche attaccati alla rete di recinzione i nostri incitamenti non erano da meno e, per farci sentire di più, quando si cambiava campo cambiavamo posto anche noi, correndo immancabilmente verso la porta avversaria dove di sicuro sarebbe spuntato lui, Diomede “la freccia”, a farci gridare e gioire al goal in arrivo.
Come tutte le cose, un giorno anche la sua carriera di calciatore finì: Mario “Diomede, la freccia” appese, come si suol dire, le scarpe al chiodo, anche se per noi restava sempre “la freccia”, il guerriero che, senza essere Achille, ci aveva esaltato e fatto sognare.
L’ho ritrovato dopo tempo a coltivare le sue passioni: pizza, dolci e infine, gelati.
Quando aprì “Il Giardinetto” fu un successo enorme: la gente faceva la fila per gustare le sue creazioni. E ogni volta mi chiamava per farmi vedere come aveva combinato le coppe di pistacchio e cioccolato, le guarnizioni di frutta, la polvere di cacao. Ero contento per lui, mi sembrava giusto il suo successo, quasi una ricompensa per la gioia e le emozioni che ci aveva regalato: non era più “la freccia”, ma restava per sempre e per tutti “Diomede”!
L’anno seguente, visto il successo, decise di ingrandirsi, come si dice, di “fare il grande salto”: non ci crederete, ma tante sere le abbiamo passate a guardare i tavoli desolatamente vuoti; i compaesani sembravano dissolti nel vuoto. In breve, di quelle file di clienti si era persa ogni traccia, anzi, sembrava quasi che ai suoi concittadini non piacesse più il gelato. Inutile dire che chiuse l’attività. “Diomede” andò via, a tentare caparbiamente la sorte lontano dai suoi distratti concittadini.
Un giorno seppi che era morto, in una terra che non era la sua, e mi parve giusto che i suoi compaesani fossero assenti alla sua morte come lo erano stati nella vita. E provai rabbia, pensando a quanto labile successo ti riservi questo paese: un giorno ti osannano e l’indomani ti ritrovi solo.
“Ingrata patria…” griderebbe Virgilio, ma non è il caso. A me piace ricordarlo come l’altro “Diomede”, eroe misconosciuto di greci distratti e vili, ricordarlo il “Diometro” di Rosino: gelataio… pasticciere… ”la freccia”… per sempre.
sabato 30 marzo 2019
UN RICORDO PERSONALE DELL’ON. MORO di Camillo Marino
Nell'anno 1972
lavoravo a Ceprano, presso la cartiera Vita Mayer, in qualità di impiegato
tecnico. Fu in quello stesso anno, sollecitato ed incoraggiato da alcuni amici
di Aquino, in particolare da Carmine Miele, ad iscrivermi alla facoltà di
Giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma.
A Ceprano lavoravo anche di domenica essendo responsabile della manutenzione.
Il martedì, unico giorno di libertà dal lavoro, lo dedicavo agli studi.
In compagnia di Carmine mi recavo a Roma, in treno ovviamente, per frequentare le lezioni in facoltà.
La facoltà di Giurisprudenza era ubicata sopra quella di Scienze Politiche dove Moro era professore di diritto di procedura penale.
Un giorno io e Carmine, prima di entrare nella nostra facoltà, vedemmo un certo movimento nella facoltà di scienze politiche...
C'era Moro, all'epoca era segretario della DC e ministro degli Esteri, che s'intratteneva in colloquio con numerosi studenti ,nell'atrio della facoltà. Fuori ad attenderlo la sua scorta.
L'amico Carmine, senza esitazioni, mi esortò
ad avvicinarci per poter scambiare qualche parola con l'on. Moro.
Con mia grande meraviglia non solo ci ascoltò
ma fu di una cortesia straordinaria.
Carmine sottolineò la nostra provenienza.... Aquino e il discorso non potette fare a meno di coinvolgere il nostro San Tommaso.
Fu molto partecipe e curioso rivolgendoci molte domande.
Da quel primo incontro ne seguirono molti altri.
Carmine, negli incontri successivi, gli fece dono di alcuni numeri della Voce di Aquino.
Si era instaurato un piacevole rapporto...
A tale proposito ricordo che un giorno, io non c'ero, Carmine incontrò per l'ennesima volta l' on. Moro. Un improvviso e violento acquazzone gli impedì di recarsi alla stazione Termini per prendere il treno che lo avrebbe riportato a casa, ad Aquino.
Per farla breve l'onorevole Moro diede ordine
al maresciallo Leonardi, suo capo scorta, di accompagnare Carmine ad Aquino. E così avvenne....
A Ceprano lavoravo anche di domenica essendo responsabile della manutenzione.
Il martedì, unico giorno di libertà dal lavoro, lo dedicavo agli studi.
In compagnia di Carmine mi recavo a Roma, in treno ovviamente, per frequentare le lezioni in facoltà.
La facoltà di Giurisprudenza era ubicata sopra quella di Scienze Politiche dove Moro era professore di diritto di procedura penale.
Un giorno io e Carmine, prima di entrare nella nostra facoltà, vedemmo un certo movimento nella facoltà di scienze politiche...
C'era Moro, all'epoca era segretario della DC e ministro degli Esteri, che s'intratteneva in colloquio con numerosi studenti ,nell'atrio della facoltà. Fuori ad attenderlo la sua scorta.
L'amico Carmine, senza esitazioni, mi esortò
ad avvicinarci per poter scambiare qualche parola con l'on. Moro.
Con mia grande meraviglia non solo ci ascoltò
ma fu di una cortesia straordinaria.
Carmine sottolineò la nostra provenienza.... Aquino e il discorso non potette fare a meno di coinvolgere il nostro San Tommaso.
Fu molto partecipe e curioso rivolgendoci molte domande.
Da quel primo incontro ne seguirono molti altri.
Carmine, negli incontri successivi, gli fece dono di alcuni numeri della Voce di Aquino.
Si era instaurato un piacevole rapporto...
A tale proposito ricordo che un giorno, io non c'ero, Carmine incontrò per l'ennesima volta l' on. Moro. Un improvviso e violento acquazzone gli impedì di recarsi alla stazione Termini per prendere il treno che lo avrebbe riportato a casa, ad Aquino.
Per farla breve l'onorevole Moro diede ordine
al maresciallo Leonardi, suo capo scorta, di accompagnare Carmine ad Aquino. E così avvenne....
giovedì 21 febbraio 2019
QUANDO DA TOLOSA ARRIVO’ LA RELIQUIA DI SAN TOMMASO di Costantino Jadecola
È stato un pomeriggio che difficilmente sì potrà
dimenticare, quello vissuto oggi dal popolo di Aquino e dalle centinaia e
centinaia di fedeli qui convenuti dai centri limitrofi per assistere alle
cerimonie liturgiche celebrate per la solenne consacrazione della nuova
cattedrale a San Costanzo ed a San Tommaso.
A questo rito era connesso, come già da noi
ampiamente illustrato, l'arrivo dalla cattedrale di Tolosa di una santa
reliquia del corpo di San Tommaso - una costola - prezioso e munifico dono per
il quale si deve essere grati alla chiesa della città francese ed al suo
Arcivescovo, mons. Gabriele M. Garrone, che, sensibile ad un antico e nobile
desiderio degli aquinati, ha arricchito la chiesa di Aquino di così grandissimo
dono.
Proprio con l'arrivo della santa reliquia sono
iniziate le previste, solenni manifestazioni, lì ad Arce, estremo limite della
diocesi di Aquino.
Fin dalle
14, i fedeli attendevano l'arrivo della santa reliquia: man mano la folla si è
andata vieppiù ingrossando, mentre cominciavano a giungere le autorità. Tra
queste erano il Sindaco di Aquino e quello di Arce, il Sindaco di Rocca d'Arce,
il tenente dei Carabinieri della tenenza di Pontecorvo, Giosuè Candita, le
autorità ecclesiastiche delle diocesi consorelle di Sora e Pontecorvo, tutti i
parroci della diocesi. Era presente, inoltre, un folto gruppo di orfanelli e di
seminaristi guidati dal loro rettore don Antonellis ma vi era, soprattutto,
tanta, tanta gente. Tanti fedeli.
Poco dopo le 15 una vivace animazione ed
emozione ha pervaso gli astanti: difatti, è comparsa, giù, in fondo alla
discesa, vicino al cimitero di Arce, la macchina del Vescovo di Aquino che
portava la tanto attesa reliquia.
Essa era deposta in un nero cofanetto di legno
del Libano, sigillato, che a sua volta poggiava su un cuscino di fiori. Il
tutto era tra le mani da mons. Alfonso Masiello, della cattedrale di Tolosa.
In un attimo la gran folla di fedeli ha fatto
cerchio intorno ad essa: cento e cento mani protese che cercavano di toccarla
ed indicibili manifestazioni di gioia nel mentre che la reliquia è stata dapprima
benedetta e poi virtualmente prelevata dal reverendissimo Capitolo della
cattedrale di Aquino.
Subito dopo si è formato un lungo corteo. Esso
era aperto dagli agenti della Polizia della Strada seguiti da numerosissimi
motociclisti e da ancor più numerose auto. Scortate dai Carabinieri venivano
poi le auto degli eccellentissimi Vescovi Biagio Musto, Enrico Compagnone,
Reginaldo Addazzi e quella con mons. Alfonso Masiello che portava la santa
reliquia.
Lentamente sono stati percorsi i quindici
chilometri che separano Arce da Aquino, spesso tra due fitte ali di folla
plaudente.
L'arrivo ad Aquino è stato salutato dalla
numerosissima folla che attendeva in Piazza San Tommaso e dal suono
ininterrotto delle campane della cattedrale. In breve tempo, piazza San Tommaso
si è riempita di centinaia di auto. E, proprio in piazza, finalmente la santa
reliquia è stata mostrata al pubblico.
Anche qui si sono ripetute le scene di commossa
religiosità cui avevamo assistito ad Arce. Appena dopo, mons. Biagio Musto ha
dato lettura della lettera inviata dall'Arcivescovo di Tolosa, nella quale l'illustre
prelato francese manifestava i suoi personali sentimenti di fraterna amicizia,
formulando voti perché tra le chiese di Aquino e di Tolosa possa generarsi una
stretta comunione di preghiera e di amicizia.
È quindi iniziata la funzione per la
consacrazione della nuova cattedrale. Officiavano S.E. Mons. Biagio Musto,
Vescovo di Aquino e le LL.EE. Mons. Enrico Romolo Compagnone, Vescovo di Anagni
e mons. Reginaldo Addazzi, Vescovo di Trani Barletta, Bisceglie e Nazareth.
Gli eccellentissimi Vescovi con paramenti
violacei e mitria, preceduti dagli accoliti con la croce astile e torce accese
hanno fatto dapprima il giro della chiesa all’esterno cospargendo le pareti con
“acqua gregoriana”, rito che si è poi ripetuto all’interno del sacro edificio
con la benedizione delle pareti, del pavimento e dell’altare. Quindi, mentre il
Vescovo di Aquino consacrava l'altare centrale ai santi cui è intitolata la
cattedrale, Tommaso e Costanzo, Monsignor Addazzi e Mons. Compagnone
consacravano gli altari laterali.
La complessa cerimonia è durata più di due ore e
si conclusa con la celebrazione della Santa Messa di devozione nel mentre dal
Santuario della Madonna della Libera si è mossa la processione con la effigie
della Madre Celeste.
In ultimo ha parlato Mons. Reginaldo Addazzi
dell'Ordine dei Domenicani cui apparteneva San Tommaso.
Prendendo lo spunto dal fatto che la
Consacrazione della Cattedrale è coincisa con la festa della Libera, egli ha
parlato della più che provata devozione di San Tommaso verso la Madonna aggiungendo
che non può invece parlare, ma solo per sua ignoranza. di prove storiche della
devozione di San Costanzo.
La benedizione del Vescovo Musto ha concluso la
complessa cerimonia.
venerdì 25 gennaio 2019
IL TEMPO BREVE di Peppe Murro

Era una di quelle primavere che ti lasciano un sapore strano nei
pensieri, fatto di profumi, di nuovi odori, di colori e sensazioni rinnovate.
Il vecchio Zi’ ‘Ntonie stava lì, seduto su una panchina a godersi un sole leggero. Noi ragazzacci volevamo sentire un po’ di storie per combattere la noia del pomeriggio e ci siamo avvicinati.
“Neh, Zi’ ‘Ntò che fai? te staie a refrescà?”
“Che caspita refrescà! aecch fa call, e gliu temp è pure bbone!”
“Sì, penza a gliu temp, tu…”
“Eh, vagliù, ce penz, ce penz… e pure a natu temp… Credetem, vagliù, da vecchie gliu temp deventa chiù preziuse: le cose che prima te parevn mportant, la fatica, gli sold, le femmen, mo’ valen semp de men, ca se capisce che ce stann ate cose che te tea tené care.”
“ E qual ate cose, neh Zi’ ‘Ntò ?”
“Ehhh, gl’amice, gl’ affett e pure la salut…!”
Si calcò bene il cappello in testa, ci guardò uno per uno, schierati in fila di fronte a lui ad ascoltarlo e ridacchiare, e continuò:
“Ua mo’ pensat ca è mportant tené gli sold pe se divertì, chiappà le femmene, chelle vaglion che mo portn le vest tant cort che se s’abbassen se glie vede tutt gliu panurama; però..”
“Eh,” lo interrompe Franco che teneva il filo dello sfottò, “ma pecché a te nte piaceven le femmene?”
“Eccom se ne me piaceven… sule ca agli temp nostr, invece de ste vestarelle a straccitt, le femmen purtaven tant de chella robba ncoglie che pe arrivà agliu ginocchie duiva aiavesà quindic suttane, e quann ce arrivav, se te ce faceven arrivà, te s’era passata la voglia…”
“Ma che staie a dì, Zi’ ‘Ntò”ribatté Franco “è pecché nn eravate capac…”
“Ma che cazz staie a dì… !” ribatté indispettito “Nua agli temp nostr rumpavan gliu cul agli cellitt…” e noi a ridere di colpo , sguaiati, e Camillo a farne subito l’imitazione.
Forse ci guardò con un po’ di fastidio o di rabbia, o compassione, di sicuro in modo strano, e noi lì ancora a ridacchiare e punzecchiare.
Ad un certo punto arriva un tizio, giacca scura, gilet semisbottonato contro cui premeva una pancia imperiosa: “Bongiorn, Zi’ ‘Nto’ “ gli fece.
“Bongiorn, Glibbrù” e gli fece un po’ di posto sulla panchina.
Noi stavamo parlando di fatti nostri e ci eravamo allontanati di qualche passo.
Glibbruccio si sedette con calma, tirò fuori da una tasca una pipa di coccio, affondò il pollice un paio di volte sulla bocca della pipa, tirò fuori dalle tasche un fiammifero e con molta calma lo sfregò per terra, accendendosi la pipa. Fece due o tre tirate con un piacere consueto, tirando fuori in silenzio un fumo biancastro e grigio.
Zi’ ‘Ntonie si era piegato con i gomiti sulle ginocchia come se stesse pensando; Glibbruccio s’era sdraiato comodamente, appoggiandosi allo schienale della panchina.
“Allora, Zi’ ‘Ntò, nce raccunt chiù gnende de quann rumpavate gliu cul agli cellitt? “ dicemmo provocandolo con sarcasmo e pregustando un’altra risata.
Non ci ascoltò, forse non ci sentì neppure, perso nei suoi pensieri. Capimmo che la chiacchiera era finita e il divertimento sfumato troppo presto.
Ci allontanammo senza altre parole.
Io mi fermai a guardarli, due vecchi, seduti su una panchina. La piazza poteva anche essere deserta per loro, e forse lo era per davvero.
“Il tempo breve, il tempo dei vecchi…” pensai, mentre Camillo perfezionava la sua imitazione.
Ci sparpagliammo quasi di colpo, salutandoci appena.
Mi girai verso la panchina: Glibbrucce fumava ad occhi socchiusi, in silenzio. Pensai che si può fermare il tramonto, ogni tramonto: basta chiudere gli occhi.
Intanto Zi’ ‘Ntonie si passava la mano sul viso, stringendo le guance magre; quasi come in un sospiro si aggiustò di nuovo il cappello, tornando a piegarsi sulle ginocchia, lo sguardo ai suoi piedi.
Aveva tempo, il tempo breve dei vecchi.
Il vecchio Zi’ ‘Ntonie stava lì, seduto su una panchina a godersi un sole leggero. Noi ragazzacci volevamo sentire un po’ di storie per combattere la noia del pomeriggio e ci siamo avvicinati.
“Neh, Zi’ ‘Ntò che fai? te staie a refrescà?”
“Che caspita refrescà! aecch fa call, e gliu temp è pure bbone!”
“Sì, penza a gliu temp, tu…”
“Eh, vagliù, ce penz, ce penz… e pure a natu temp… Credetem, vagliù, da vecchie gliu temp deventa chiù preziuse: le cose che prima te parevn mportant, la fatica, gli sold, le femmen, mo’ valen semp de men, ca se capisce che ce stann ate cose che te tea tené care.”
“ E qual ate cose, neh Zi’ ‘Ntò ?”
“Ehhh, gl’amice, gl’ affett e pure la salut…!”
Si calcò bene il cappello in testa, ci guardò uno per uno, schierati in fila di fronte a lui ad ascoltarlo e ridacchiare, e continuò:
“Ua mo’ pensat ca è mportant tené gli sold pe se divertì, chiappà le femmene, chelle vaglion che mo portn le vest tant cort che se s’abbassen se glie vede tutt gliu panurama; però..”
“Eh,” lo interrompe Franco che teneva il filo dello sfottò, “ma pecché a te nte piaceven le femmene?”
“Eccom se ne me piaceven… sule ca agli temp nostr, invece de ste vestarelle a straccitt, le femmen purtaven tant de chella robba ncoglie che pe arrivà agliu ginocchie duiva aiavesà quindic suttane, e quann ce arrivav, se te ce faceven arrivà, te s’era passata la voglia…”
“Ma che staie a dì, Zi’ ‘Ntò”ribatté Franco “è pecché nn eravate capac…”
“Ma che cazz staie a dì… !” ribatté indispettito “Nua agli temp nostr rumpavan gliu cul agli cellitt…” e noi a ridere di colpo , sguaiati, e Camillo a farne subito l’imitazione.
Forse ci guardò con un po’ di fastidio o di rabbia, o compassione, di sicuro in modo strano, e noi lì ancora a ridacchiare e punzecchiare.
Ad un certo punto arriva un tizio, giacca scura, gilet semisbottonato contro cui premeva una pancia imperiosa: “Bongiorn, Zi’ ‘Nto’ “ gli fece.
“Bongiorn, Glibbrù” e gli fece un po’ di posto sulla panchina.
Noi stavamo parlando di fatti nostri e ci eravamo allontanati di qualche passo.
Glibbruccio si sedette con calma, tirò fuori da una tasca una pipa di coccio, affondò il pollice un paio di volte sulla bocca della pipa, tirò fuori dalle tasche un fiammifero e con molta calma lo sfregò per terra, accendendosi la pipa. Fece due o tre tirate con un piacere consueto, tirando fuori in silenzio un fumo biancastro e grigio.
Zi’ ‘Ntonie si era piegato con i gomiti sulle ginocchia come se stesse pensando; Glibbruccio s’era sdraiato comodamente, appoggiandosi allo schienale della panchina.
“Allora, Zi’ ‘Ntò, nce raccunt chiù gnende de quann rumpavate gliu cul agli cellitt? “ dicemmo provocandolo con sarcasmo e pregustando un’altra risata.
Non ci ascoltò, forse non ci sentì neppure, perso nei suoi pensieri. Capimmo che la chiacchiera era finita e il divertimento sfumato troppo presto.
Ci allontanammo senza altre parole.
Io mi fermai a guardarli, due vecchi, seduti su una panchina. La piazza poteva anche essere deserta per loro, e forse lo era per davvero.
“Il tempo breve, il tempo dei vecchi…” pensai, mentre Camillo perfezionava la sua imitazione.
Ci sparpagliammo quasi di colpo, salutandoci appena.
Mi girai verso la panchina: Glibbrucce fumava ad occhi socchiusi, in silenzio. Pensai che si può fermare il tramonto, ogni tramonto: basta chiudere gli occhi.
Intanto Zi’ ‘Ntonie si passava la mano sul viso, stringendo le guance magre; quasi come in un sospiro si aggiustò di nuovo il cappello, tornando a piegarsi sulle ginocchia, lo sguardo ai suoi piedi.
Aveva tempo, il tempo breve dei vecchi.
giovedì 6 dicembre 2018
AMARCORD... GINO BARTALI AD AQUINO di Camillo Marino
Il 101° giro ciclistico d' Italia è partito da Israele
in onore di Gino Bartali che si prodigò molto a favore degli ebrei durante
l'ultimo conflitto mondiale.
Gino Bartali, leggendario campione, nel 1977 fu indimenticato protagonista ad Aquino in occasione dei campionati regionali di ciclismo riservato agli allievi e organizzato dal compianto Pasquale Piacente.
Intorno a quegli anni Piacente diede vita al gruppo sportivo omonimo di ciclo-amatori.
Della squadra feci parte anch'io e molti amici aquinati.
Pasquale Piacente, aquinate doc, gioielliere con attività a Roma, fu un grande appassionato della bicicletta.
Quando gli fu proposto di organizzare, ad Aquino, il campionato regionale di ciclismo per allievi, pensò bene di affidare al mitico Bartali il ruolo di "starter" della competizione.
Bartali fu presente ad Aquino nel 1977 e nell'anno seguente,1978,in occasione di un imponente raduno di ciclo-amatori.
In quella occasione ebbi la fortuna di sedere al suo fianco, nella sua macchina, una Golf-Wolkswagen della ditta Giordani a cui il campione era legato da impegni pubblicitari.
Con la Golf di Bartali, dotata di impianto di amplificazione, annunciavo al microfono il passaggio dei ciclisti nei vari paesi dove la carovana passava: San Giorgio a Liri, S.Apollonare, Sant'Angelo in Theodice, Cassino con ritorno ad Aquino.
Durante il percorso Bartali, personaggio dotato di grande umanità, di simpatia e di una semplicità disarmante, si aprì con me anche a suoi ricordi personali.
Non poté fare a meno di parlare del suo mitico rivale Fausto Coppi.
Raccontò di Coppi, della sua capacità di saper sfruttare l'immagine a fini pubblicitari.
Questo, ovviamente, consentì a Coppi lauti guadagni.
A tale proposito, Bartali aggiunse che, al contrario del suo storico rivale, egli non era stato capace di ricavare vantaggi economici dalla sua grande popolarità.
Altro ricordo nitido del grande Ginettaccio
fu quello relativo alla proiezione di un filmato muto che narrava le sue gesta al Tour de France nel 1948.
La proiezione avvenne, di sera, nella piazza di Aquino.
Al microfono raccontavo ciò che Bartali, seduto al mio fianco, mi suggeriva.
In piazza numerosissimi aquinati e non solo
potettero vedere un film, in bianco e nero, con Gino Bartali assoluto protagonista e trionfatore in quell'epico Tour del 1948.
In Italia quell'anno si rischiò la guerra civile
per l'attentato a Palmiro Togliatti leader comunista.
L'entusiasmo per la vittoria al Tour di Bartali
scongiurò tale pericolo.
Questo è un bel ricordo per me e per molti aquinati che ebbero l'onore e il piacere di conoscere una figura leggendaria dello sport:
Gino Bartali, un grandissimo campione, un grandissimo uomo!
Per concludere, sottolineo ancora una volta
l'abilità, l'intraprendenza dell'indimenticabile organizzatore, Pasquale Piacente, artefice della presenza di Gino Bartali ad Aquino quaranta e più anni fa...
Gino Bartali, leggendario campione, nel 1977 fu indimenticato protagonista ad Aquino in occasione dei campionati regionali di ciclismo riservato agli allievi e organizzato dal compianto Pasquale Piacente.
Intorno a quegli anni Piacente diede vita al gruppo sportivo omonimo di ciclo-amatori.
Della squadra feci parte anch'io e molti amici aquinati.
Pasquale Piacente, aquinate doc, gioielliere con attività a Roma, fu un grande appassionato della bicicletta.
Quando gli fu proposto di organizzare, ad Aquino, il campionato regionale di ciclismo per allievi, pensò bene di affidare al mitico Bartali il ruolo di "starter" della competizione.
Bartali fu presente ad Aquino nel 1977 e nell'anno seguente,1978,in occasione di un imponente raduno di ciclo-amatori.
In quella occasione ebbi la fortuna di sedere al suo fianco, nella sua macchina, una Golf-Wolkswagen della ditta Giordani a cui il campione era legato da impegni pubblicitari.
Con la Golf di Bartali, dotata di impianto di amplificazione, annunciavo al microfono il passaggio dei ciclisti nei vari paesi dove la carovana passava: San Giorgio a Liri, S.Apollonare, Sant'Angelo in Theodice, Cassino con ritorno ad Aquino.
Durante il percorso Bartali, personaggio dotato di grande umanità, di simpatia e di una semplicità disarmante, si aprì con me anche a suoi ricordi personali.
Non poté fare a meno di parlare del suo mitico rivale Fausto Coppi.
Raccontò di Coppi, della sua capacità di saper sfruttare l'immagine a fini pubblicitari.
Questo, ovviamente, consentì a Coppi lauti guadagni.
A tale proposito, Bartali aggiunse che, al contrario del suo storico rivale, egli non era stato capace di ricavare vantaggi economici dalla sua grande popolarità.
Altro ricordo nitido del grande Ginettaccio
fu quello relativo alla proiezione di un filmato muto che narrava le sue gesta al Tour de France nel 1948.
La proiezione avvenne, di sera, nella piazza di Aquino.
Al microfono raccontavo ciò che Bartali, seduto al mio fianco, mi suggeriva.
In piazza numerosissimi aquinati e non solo
potettero vedere un film, in bianco e nero, con Gino Bartali assoluto protagonista e trionfatore in quell'epico Tour del 1948.
In Italia quell'anno si rischiò la guerra civile
per l'attentato a Palmiro Togliatti leader comunista.
L'entusiasmo per la vittoria al Tour di Bartali
scongiurò tale pericolo.
Questo è un bel ricordo per me e per molti aquinati che ebbero l'onore e il piacere di conoscere una figura leggendaria dello sport:
Gino Bartali, un grandissimo campione, un grandissimo uomo!
Per concludere, sottolineo ancora una volta
l'abilità, l'intraprendenza dell'indimenticabile organizzatore, Pasquale Piacente, artefice della presenza di Gino Bartali ad Aquino quaranta e più anni fa...
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