sabato 16 settembre 2017

C’ERA UNA VOLTA UNA FAMIGLIA DI CARTAI di Camillo Marino

È diventata per me una promessa, un progetto irrinunciabile, come si mi fosse stato consegnato il testimone. Da quando mio padre non c’è più il pensiero si è fatto ricorrente, quasi tormentoso, fino a far crescere a dismisura il desiderio di svelare, di sapere quale fosse l’identità della mia famiglia. Mio padre affidò a me questo testamento morale, spirituale, lui che come pochi era fiero e orgoglioso delle sue origini. Un nome, una città, un mito tra la gente marinara: Amalfi! Non a caso anche il cognome che porto, Marino, ne sottolinea la provenienza. Avevo poco più di 10 anni quando ebbi la ventura di soggiornare ad Amalfi, la città natale di mio nonno, Camillo Maria Marino, che lì nacque il 28 febbraio del 1878. Intorno alla metà degli anni Cinquanta fui ospite, insieme a mio padre e ad alcune sorelle, degli eredi di Francesco Marino (zio Ciccillo, come soleva chiamarlo mio padre), un caro cugino di mio nonno. Francesco Marino era stato un mastro cartaio, proprietario di una cartiera ad Amalfi presso “a Ferriera”, dove mio padre, giovanissimo, aveva lavorato. La famiglia Marino, da generazioni, era costituita da valenti e laboriosi cartai. Delle cartiere, della carta di Amalfi è nota la leggenda! Ancora oggi la carta a mano di Amalfi è famosa nel mondo. Come dicevo, verso la metà degli anni Cinquanta arrivammo ad Amalfi presso “a Ferriera”, la cartiera di zio Ciccillo, morto alcuni anni prima; ci accolsero i suoi numerosi figli che gestivano la fabbrica paterna: Giovanni, Andrea, Tonino, Luigi, Rita, Lucia e Anna. La festa fu grande soprattutto per mio padre, che potè così riabbracciare gli unici Marino rimasti ad Amalfi. Per mio padre, inoltre, fu l’occasione per riconciliarsi con le sue radici, con il suo passato. A noi figli, già piccoli, aveva inculcato il mito di Amalfi, della sua famiglia, l’orgoglio di essere figlio e discendente di cartai. Purtroppo i ricordi di quelle giornate trascorse nella splendida Amalfi si sono annebbiati. Ricordo soltanto le piacevoli ore passate con uno dei figli di zio Ciccillo, Luigi, mio coetaneo. Non dimentico una gita in barca dove ebbi occasione di mettere in evidenza le mie discrete qualità canore, destando ammirazione tra i parenti presenti. Dopo quel soggiorno sono stato altre volte ad Amalfi. I contatti con i Marino, specialmente con Giovanni, dirigente tecnico presso una cartiera di Scafati, sono stati mantenuti, anche se non molto intensamente, da mio padre. Egli spesso si abbandonava a sentimenti di nostalgia, rievocando gli anni trascorsi ad Amalfi presso zio Ciccillo e suo fratello, zio Andrea (sposato con una Confalone), che gestiva una cartiera in località Marmorata di Ravello. Ho avuto modo di visitare successivamente questa cartiera, prima che venisse definitivamente trasformata in albergo-ristorante, sempre in compagnia di mio padre. In quella cartiera mio padre avevo gioito e sofferto le ansie, le soddisfazioni di un lavoro piacevole e duro. Altri tempi! Un lavoro di artigiani fatto di passione, sapienza, abnegazione ed esperienza. Degli antenati della famiglia Marino mio padre mi ha lasciato alcune notizie, anche se non molto precise. Le sue conoscenze, in tal senso, partivano da un antenato, mio omonimo, Camillo Marino, ovviamente cartaio, che ebbe tra figli: Giovanni, Raffaele e Francesco. Giovanni ebbe a sua volta Andrea e Francesco (zio Ciccillo); Raffaele ebbe Camillo Maria (mio nonno) e Teresa; infine Francesco ebbe come unico figlio Giuseppe.
Tutti cartai! Ironia della sorte, anche io ho fatalmente conosciuto il mio primo, serio lavoro presso la cartiera Vita-Mayer di Ceprano in qualità di impiegato tecnico. Anch’io dunque ho avuto la possibilità di conoscere i segreti e il fascino della produzione della carta. C’è stato forse lo zampino degli antenati: una professione cromosomica! Ma torniamo alle mie origini e a come i Marino giunsero ad Aquino. Il nonno di mio padre, Raffaele Marino, aveva una cartiera ad Amalfi. Era sposato con Carolina Lucibello, figlia anch’essa di cartai, e pronipote del Vicario di Amalfi, Andrea Lucibello, che fu anche vescovo di Aquino, Sora e Pontecorvo. Mio padre mi raccontò che suo nonno, Raffaele Marino, subì una sciagura in seguito alla quale andò perduto in mare, a causa di un violento nubifragio, un notevolissimo carico di carta destinato al mercato di Oriente. Questo episodio segnò profondamente la piccola cartiera e Raffaele Marino, in breve tempo, dovette chiudere i battenti e volontariamente esiliare anche per via del suo carattere orgoglioso e austero. Si trasferì infatti in un paesino del Casertano, Prata Sannita, dove ci sono tracce dell’esistenza di una cartiera presso la quale, presumibilmente, prestò la sua opera. Naturalmente il figlio Camillo Maria (mio nonno) seguì il destino del padre e operò anch’egli presso la cartiera di Prata Sannita. Questa cartiera, come quelle di Aquino e Guarcino, era di proprietà dei Procaccianti. Da qui nascono le circostanze che condussero al matrimonio mio nonno Camillo con mia nonna Antonia Iacovella di Aquino. Antonia Iacovella era una delle tante giovinette che lavoravano alle dipendenze delle cartiere Procaccianti e nell’ambito del lavoro avvenne l’incontro che successivamente portò al matrimonio con Camillo Maria Marino. Si stabilirono così ad Aquino dove nacque mio padre Libero e la sorella Canneta. Mio padre, giovanissimo, come già detto, aveva lavorato presso le cartiere degli zii Andrea e Francesco in Ravello e Amalfi. Sono stati proprio questi contatti, nei luoghi più belli del mondo, come diceva mio padre, a trasmettere a noi figli il mito, il culto di Amalfi, l’amore e la forte passione per le nostre origini. Alcune settimane scorse, sospinti da questo intenso desiderio, mi sono recato ad Amalfi  dove presso una cartoleria ho avuto modo di acquistare la mitica carta a mano di Amalfi. Inoltre, per caso, ho anche acquistato un libro intitolato “Amalfi, il primato della carta” di Giuseppe Imperato.
Il libro riguarda le origini delle cartiere amalfitane. Fra le note, con mia piacevolissima sorpresa, ho potuto leggere di un mio antenato, Luigi Marino, che era fra quelli che possedevano una cartiera con oltre 40 operai nell’anno 1885. Quest’occasionale ritorno ad Amalfi ha accresciuto notevolmente il desiderio di sapere qualcosa di più circa l’identità della mia famiglia. Qualche giorno dopo ho pensato che potesse essere utile alla mia ricerca mettermi in contatto con la Curia Vescovile di Amalfi. Senza indugiare più di tanto, ho telefonato al responsabile della Curia stessa il quale, alla mia richiesta, molto gentilmente mi ha fornito il recapito del prof. Salvatore D’Amato di Amalfi, che tra l’altro è uno studioso di storia patria e abituale frequentatore degli archivi della Curia. Messomi in contatto con il prof. D’Amato, durante il cordiale colloquio, mentre cercavo di spiegare i motivi che mi spingevano a fare questa indagine storica sulle origini della mia famiglia (dicendo, tra l’altro, che da ragazzino ero stato ospite presso parenti in Amalfi, nella cartiera degli eredi di Francesco Marino), il cortese interlocutore interrompendomi quasi bruscamente ha esclamato: “Noi siamo parenti!” La frase, raccolta dall’altro filo del telefono, mi fece accapponare la pelle e suscitò in me sentimenti di gioia, di stupore, di piacevole sorpresa e incredulità.  Poi il prof. D’Amato aggiunse:  “Francesco Marino era mio nonno!” Per caso, incredibilmente, come se ci fosse stata la mano di un regista misterioso, mi ero incontrato, anche se solo telefonicamente, con il figlio di Lucia Marino, una delle figlie di zio Ciccillo, nella cui cartiera, da ragazzo, intorno agli anni Cinquanta, fui ospite. Incredibilmente i nodi con le mie origini si erano riallacciati. Per fare una ricerca, per avere notizie in loco della mia famiglia, non potevo certo trovare persona più giusta. Col prof. Salvatore D’Amato ci siamo scambiati gli indirizzi e la reciproca promessa di incontrarci prossimamente ad Amalfi. Di solito sono scettico, per niente incline a fantasticherie, però di fronte a questa sorprendente storia non è esagerato dire che ho avvertito come un intervento di una presenza soprannaturale: forse lassù qualcuno si diverte ad allestire trame insospettabili, capaci di risuscitare la memoria di eventi vissuti, brandelli di vita spariti tra le pieghe del tempo.

sabato 9 settembre 2017

AQUINUM: DAL SOGNO ALLA REALTA’ di Costantino Jadecola

 

Foto: Raffinate tracce di arte musiva dall'antica Aquino

Era la metà dei tanto decantati anni Sessanta e l’Autostrada del Sole era ormai cosa fatta. Ad Aquino, per il suo passaggio, era stata sgretolata una bella fetta delle Pentime ed il centro storico era stato separato dalle ultime piccole case che si allungavano al di sopra dello strapiombo, separazione poi superata da un ponte che ripristinava la connessione.
Un fatto nuovo che stimolava ancor più le passeggiate notturne tra le “Crucéla” e le “Pèntema” cui, proprio a seguito di esso, venne ad aggiungersi un terzo itinerario. Quello con l’area di servizio Casilina, forse il più stimolante di tutti perché, dopo un lungo tragitto nel buio più totale, approdavi infine in ambienti dove il neon dominava e che per noi, abituati alle poche candele delle nostre lampadine, la cui funzione sembrava più quella di farsi notare che illuminare, costituiva decisamente un passo nel futuro. A ciò si aggiungeva la possibilità di imbattersi in un mondo del tutto diverso da quello che allora si era abituati a frequentare e, talvolta, anche in qualche personaggio importante.
A rendere il tutto ancor più affascinante era il fatto che, per raggiungere questo mondo per noi avveniristico, per buona parte del percorso ci servivamo di una strada antica di oltre duemila anni, la via Latina, laddove essa transita nel centro di quello che era stato l’abitato di Aquinum che di tanto in tanto si manifestava con qualche reperto alimentando la nostra fantasia e le nostre chiacchiere anche se allora di certe cose se ne sapeva ben poco o, forse, niente.
Così, se si sapeva della presenza di un anfiteatro nella Aquinum di allora, di sicuro era ignoto ai più che i progettisti dell’autostrada, seppur con tanto spazio a disposizione, per consentire il passaggio dell’arteria avevano centrato in pieno ciò che restava di quell’antica struttura. Ma anche ad averlo saputo, non erano certo quelli tempi per fare barricate.
Un vero e proprio massacro che si sarebbe poi riproposto sul finire degli anni Ottanta in occasione dell’ampliamento dell’autostrada quando si fece finta di prestare una qualche attenzione a ciò che di quella struttura restava al punto da lasciare quasi a vista la parte di essa che “invade” la corsia di emergenza sul lato per Roma.
Ed altra attenzione venne ad esso dedicata quando, chi doveva “proteggerlo”, decretò la distruzione del caratteristico casale che nel 1700 era stato realizzato su uno spicchio dello stesso anfiteatro e che avrebbe quanto meno preservato nel tempo alcuni ambienti sotterranei.
Insomma, se l’autostrada ci offriva spunti avveniristici, contestualmente frantumava il nostro passato. Cosa che è accaduta ancora una decina di anni or sono quando si decise di intervenire sull’area di servizio Casilina per un suo totale rifacimento e si venne così a scoprire che essa, a suo tempo, senza ritegno e senza vergogna, era stata addirittura realizzata su una necropoli ricca di una settantina di tombe tutte dotate di un consistente corredo e la cui origine veniva fatta risalire tra il III e il II secolo a. C. A conferirle particolare prestigio, però, sarebbe stata la scoperta, il pomeriggio del 5 maggio 2005, di un letto funerario in osso di particolare fattura, che avrebbe avuto grande risonanza addirittura a livello nazionale.
Né può omettersi dal ricordare che nella medesima circostanza venne anche rasa al suolo la cappella dedicata a San Tommaso - una delle quattro all’epoca presenti sulla rete autostradale italiana - inaugurata appena 35 anni prima, il 7 marzo 1970, dal cardinale Pietro Parente nell’ambito delle iniziative per il VII Centenario della morte dell’Aquinate.
Ma non era solo l’autostrada a procurarci guai: con la costruzione della ferrovia per i treni ad alta velocità, infatti, se ne andava a farsi benedire un’altra buona fetta del passato in un saccheggio rimasto pressoché anonimo.
Comunque sia, se non c’erano corpi estranei ad interferire, ci pensavamo da soli a farci del male.
Sempre negli anni Sessanta, infatti, nelle adiacenze del teatro era stata autorizzata la costruzione di una abitazione mentre, tempo dopo, per il mattatoio di Aquino, i cui locali ospitano oggi il “museo della città”, era stato prescelto un sito davvero ideale per lo scopo cui era destinato posto com’era non lontano dalla chiesetta di San Tommaso e a metà strada tra la porta di San Lorenzo e la chiesa della Madonna della Libera.
Questa iniziativa, peraltro, fu talmente scandalosa che i giovani esponenti dell’allora efficientissima O.A.S.U., l’Organizzazione Aquinate Studenti Universitari, nonostante le non floride condizioni economiche, non badarono a spese e tappezzarono le mura della cittadina con un manifesto settanta per cento, che a quei tempi costava un occhio della testa, in cui, oltre il resto, campeggiava la scritta “Pietà per Aquino”: una contestazione bella e buona che sconvolse letteralmente le autorità comunali, nuove a quella forma di protesta.
Quella che percorrevamo nelle nostre passeggiate serali verso l’area di servizio Casilina se non era proprio la via Latina di un paio di millenni prima tuttavia ne ricalcava con una certa fedeltà il percorso che si allungava tra la porta orientale, o di San Lorenzo, e quella occidentale, o Romana. Col tempo, infatti, era accaduto che quello che in origine era stato un perfetto rettilineo era diventato un curvilineo, che il livello della strada forse si era alzato di alcune decine di centimetri mentre la larghezza era ancora la stessa data la presenza, in certi punti, delle vecchie macere.
Era invece rimasta immutata nel tempo, con le originali lastre di basalto, solo quella parte della via che, appena fuori città, dalla parte di Aquino, con un’ampia curva supera il dislivello tra l’antico sito dei laghi e quello urbano della città: l’andazzo corrente avrebbe fatto scommettere su una colata di asfalto su ciò che restava dell’antica strada, che comunque si rendeva ancora utile al transito, ma l’intelligenza umana in quel caso superò se stessa e le affiancò una strada moderna.
Appena dopo, invece, da porta San Lorenzo in poi, quello che era stato il decumano di Aquinum gradatamente si adattò alle esigenze del moderno traffico automobilistico “dilatandosi” nel tempo al punto che, laddove un tempo correvano bighe e quadrighe oggi, senza che l’uomo si sia minimamente preoccupato di intervenire, transitano i cosiddetti bisonti della strada.
Ma allora, quando si facevano quelle passeggiate notturne, tutto ciò doveva ancora accadere.
Allora si fantasticava, piuttosto, sul tempo in cui quella antica città, cinta per buona parte da un lago che, seppur non grande, rendeva caratteristico il paesaggio, poteva vantare la presenza di un teatro, di un anfiteatro e di terme con acqua fredda e calda mentre noi dovevamo accontentarci della “sala Giovenale” o dell’“arena del nespolo” e, in casa, l’acqua (fredda) era una recente conquista.
Né potevi evitare di trasporre in quella strada, quando essa era in auge ed era il decumano della città, certe caotiche scene di vita che il concittadino Giovenale aveva tratteggiato da par suo: “Ma c’è una casa d’affitto in Roma che permetta il sonno? Solo ai gran quattrini è permesso dormire. La colpa di questo malanno ce l’hanno soprattutto i carri che vanno su e giù dentro i budelli dei vicoli, e le mandrie, che si fermano e fanno un fragore che toglierebbe il sonno a Druso o a una vacca marina. Il ricco, quando un affare lo chiama, si fa trasportare tra la folla che s’apre davanti a lui, e vola sopra le teste, chiuso dentro la grande lettiga liburna dove può leggere o scrivere o magari dormirci; che infatti le finestre chiuse, in lettiga, fan venir sonno. Comunque puoi star certo che arriverà per primo; a me, pieno di fretta, fa ostacolo l’onda della folla che mi precede; quella che mi segue mi preme, come una falange compatta, alle reni; uno mi pianta un gomito in un fianco, un altro mi colpisce rudemente con una stanga, quello mi sbatte in testa una trave, l’altro una botte. Le gambe s’ingrassano di fango, da ogni parte suole grosse cosi mi pestano i piedi, un militare mi trapassa l’alluce coi suoi chiodi.” (D. G. GIOVENALE, Satire, III, 234-248.)
La cosa, però, che più di tutte inquietava in quelle discussioni notturne era l’allucinante andamento dei confini comunali che, quando erano stati definiti, chi lo aveva fatto non aveva avuto alcun riguardo per l’antica città il cui sito urbano era stato malamente spezzettato fra Aquino e Palazzolo, l’antico nome di Castrocielo.
Del resto, quando ciò era accaduto, il potere stava tutto in collina; la pianura, dal canto suo, non aveva alcun peso contrattuale essendo abitata solo da povera gente che aveva ben altro cui pensare. Cosicché appare ancor più deprimente il comportamento di quei piccoli satrapi la cui azione non potrà non essere correlata alla loro profonda ignoranza e stupidità, due doti che, per sempre, ne caratterizzeranno il ricordo.
Quanto, poi, a certe goliardiche velleità rivendicatrici degli antichi assetti territoriali, penso che esse lascino il tempo che trovano. Tutt’al più potrebbe cominciarsi ad esaminare la possibilità di una unificazione amministrativa tra Aquino e Castrocielo nel nome di Aquinum.
Al momento, tuttavia, ci consola il fatto che certe attese, direi a lungo attese, incominciano finalmente a concretizzarsi e non importa se si tratti dell’Aquinum di Aquino o di quella di Castrocielo.
Ciò che conta a questo punto è Aquinum, questa importante realtà di venti e passa secoli or sono che, palmo a palmo, sta venendo fuori dalla terra sull’assolato pianoro di San Pietro Vetere, dove anche dagli scavi di questa estate appena passata sono emersi risultati al di là delle aspettative.
Cosa della quale ritengo si debba dare atto a chi tutto ciò ha reso possibile: il sig. Plinio Alberto Pascale che, alla sua morte, lasciò nella disponibilità del comune di Castrocielo quel terreno dal quale stanno venendo fuori tante cose interessanti, ed altre sicuramente ne verranno, a confermare la grandezza di Aquinum, semmai qualcuno avesse ancora dei dubbi.

 

 

 

lunedì 4 settembre 2017

COMPAESANI di Peppe Murro

Si era messo il migliore dei vestiti che aveva: certo, qualche ricucitura qua e là e forse non era stirato a dovere, ma era pulito, tanto che neppure la domenica gli andava di metterlo per non rovinarlo.
Prese una busta di plastica e vi mise con cura la bottiglia di spumante che aveva incartato con un giornale; prese dal tavolo anche il panettone confezionato, quello con le uvette che gli piaceva tanto e lo ripose con cura accanto alla bottiglia.
Aveva deciso di non bere quel giorno, sapeva che anche un solo bicchiere lo faceva sbronzare...e poi, se si metteva a bere, non era mica sicuro di riuscire a smettere. Era quasi Natale e voleva andare a trovare la figlia che abitava a Cassino: le portava in regalo le cose della busta, ma forse il regalo più vero era quel padre per una volta sobrio, non il solito ubriacone che il paese conosceva.
Fece con calma la salita della parte vecchia di Aquino, salutò con un gesto Ceppetta e Peppino Spada...vado a fare gli auguri a mia figlia, disse contento. E continuò, stranamente leggero.
La piazza gli si aprì col suo spazio luminoso, ma lui si tenne di lato come se volesse evitare ogni incontro. Raggiunse la fermata dell'autobus, lì, vicino al bar che non volle neppure guardare, tanto che si mise di spalle, in un nervoso e fragile silenzio.
Non tacquero però gli avventori del bar, e tra sghignazzi e battute presero a chiamarlo: ehi, ma dove vai tutto acchittato? vieni qui a farti un goccetto... e già pregustavano la scena, scambiandosi occhiate e gesti d'intesa.
Non rispose, continuò a volgere loro le spalle.
Allora i più decisi e scalmanati, giovinastri forse o stolidi compagni di vecchie bevute, si fecero più sfrontati, qualcuno si avvicinò, mettendogli una mano sulla spalla, qualcuno rovistò nella borsa...che ci porti qua dentro?
Dovette rispondere per forza...vado a trovare mia figlia, le porto qualcosa per Natale...
Altre risate sguaiate...è presto per l'autobus, dai vieni a farti un bicchiere...e via a spingerlo verso il bar, con le occhiate complici della malevola cattiveria di chi vuole ridere delle debolezze altrui.
Qualcuno gli mise sotto il muso un bicchiere di vino, girò la testa con un debole diniego; quasi lo forzarono a rigirarla e gli portarono il bicchiere alle labbra, fidandosi dei suoi vizi.
Mi fecero ubriacare, mi sono ritrovato su una sedia e accanto a me ho trovato solo una bottiglia vuota incartata e la scatola vuota del panettone, bisbigliò come in un sospiro. Quel giorno non sono più andato a fare gli auguri a mia figlia.
Stavamo seduti sull'unico gradino della sua casa, io guardavo i suoi occhi, il colletto consunto della sua camicia, la sua rassegnata amarezza . Non ci furono altre parole, mi vergognavo di fare foto a quello che avevo visto come un personaggio ed era invece una persona.
Rosino si chiamava, anima delicata e fragile come il fiore di cui portava il nome.
Rosineglie, per i suoi immeritevoli compaesani.  

 

martedì 29 agosto 2017

VECCHIA PORTA di Paolo Secondini

Se potesse parlare chissà quante storie una semplice porta racconterebbe: storie sicuramente di un tempo lontano in quanto, a guardarla, sembra che di anni ne abbia parecchi.
È piuttosto consunta, scrostata, scolorita, poiché sottoposta continuamente ai raggi del sole, e alla violenza delle intemperie che l’hanno rovinata.
Ma ancora è lì, benché solitaria ormai, inservibile…
È difficile dire quante volte abbia girato attorno ai suoi cardini, per essere chiusa o aperta, aperta di nuovo e richiusa, con delicatezza o brusche maniere.
Sarebbe interessante, innanzitutto, risalire al falegname che l’ha costruita o, addirittura, all’albero che ha fornito il legname a essa necessario… Ma è impresa difficile, praticamente impossibile.
Non si conosce il suo aspetto originario (lo si può solamente intuire), di quando cioè, per la prima volta, fu posta a chiusura della casa per proteggerne i beni e gli abitanti; né si sa chi abbia dimorato dietro quella porta, quali mani l’abbiano spinta, sfiorata, quasi accarezzata, di quanti pianti o risa sia stata testimone.
Oggi non resta di essa che la struttura decrepita, la quale, con il passare degli anni, andrà peggiorando sempre di più, come accade solitamente a tutte le cose ormai vecchie, dimenticate… e non a queste soltanto.
Per molti aspetti, il destino della porta ricorda quello precario dell’uomo, di ogni essere vivente: vittime anch’essi del tempo che tutto trasforma e distrugge inesorabilmente, nella sua corsa inarrestabile. E forse per questo motivo la porta ci ispira, a guardarla, una certa simpatia e, assieme, una profonda tenerezza.
 

venerdì 14 luglio 2017

LA MIA SCUOLA ELEMENTARE di Camillo Marino

La sede delle scuole elementari, all’inizio degli anni Cinquanta (XX secolo), era situata in un edificio dell’ICIAP. Per la generazione di scolari della mia età si poteva ritenere buona fortuna “vivere” l’anno scolastico in una casa popolare. Le pubbliche autorità, alle prese con la difficile opera di ricostruzione del dopoguerra, cercavano di risolvere, come potevano, gli innumerevoli e gravosi problemi della gente. Frequentavo la scuola elementare ubicata nel centro storico, nella via principale del paese.  Oggi quell’edificio è ancora lì occupato da alcune famiglie. Molti ricordi sono ancora bene impressi nella mia mente: il primo maestro, la prima bacchettata, il primo rimprovero, l’apprensione dei miei genitori per la mia irrequietezza.
Vedo gli scolari di oggi frequentare l’attuale edificio delle scuole elementari, costruito in modo razionale, concepito a ricevere una numerosa popolazione scolastica e, soprattutto, al passo coi tempi, munito di riscaldamento centralizzato, aule ampie e luminose, servizi igienici adeguati, moderna palestra, spazioso cortile.
La “nostra” scuola non era dotata di tali servizi. Aule strette ospitavano classi con un numero elevato di alunni. Il riscaldamento consisteva in un piccolo braciere o in una modesta stufa a legna, non certo sufficienti a soddisfare le nostre esigenze.
Un ricordo molto vivo nella mia memoria è quello relativo ai momenti che trascorrevamo al mattino prima dell’inizio delle lezioni. Ci radunavamo nel piccolo cortile della scuola e praticavamo un gioco, la guerra francese, che gli scolari di oggi nemmeno conoscono. Due squadre formate da alcuni elementi si fronteggiavano in una sfida che consisteva nel rincorrersi e nel non cadere prigionieri degli avversari, godendo della difesa dei componenti della propria squadra.
Altri giochi molto praticati erano quelli con le palline di vetro o quello delle figurine dei calciatori, miti di allora: Ghiggia, Schiaffino, Boniperti, Nhordall, e fra i ciclisti: Coppi, Bartali, Magni, Koblet, Bobet. Il gioco con vere monete, detto della “reta”, raramente veniva praticato in ambito scolastico…
Oggi tutto è cambiato. I giovani entrano nei bar per dare vita ad una partita elettronica con i video games in linea coi tempi che viviamo.

 
 

domenica 9 luglio 2017

TERSITE di Peppe Murro

Il campo dei Greci a Troia è un paese.
Ci sono i potenti, ricchi di prede e di sangue, grassi tronfi e arroganti come chiunque abbia il potere e goda della sopraffazione… stanno lì, seduti in attesa dell’ossequio e dell’inchino, pronti alla derisione ed allo sfregio, sempre inclini a colpire e ferire. Conoscono bene la natura umana e col bastone governano il gregge.
Poi ci sono gli affamati, quelli che sognano di essere eroi e di arrivare al cielo della gloria o più semplicemente di sostituire i potenti… si inebriano di battaglie e di vittorie, poco importa di quante morti sia disseminata la loro carriera, su quanti cadaveri di amici o nemici debbano passare. Vogliono il potere e quest’ansia è il loro vero e unico blasone, la sola ragione della vita.
Ci sono, infine, quelli che non contano, docile umanità a disposizione del consumo degli altri, pronti a servire o a farsi macellare da guerra e fatiche… purché il padrone di turno getti loro ogni tanto un avanzo, finga un mezzo favore, accenni la promozione di un mezzo sorriso.
Ma la figura più alta e più rappresentativa resta sempre lui: Tersite, vero Greco tra i Greci, immagine fulgida di ogni loro vizio. Sempre disponibile all’ossequio fino a prostrarsi, purché si veda che è in compagnia di chi conta, si esibisce in oracoli e dotte citazioni ripetendo Nestore e Calcante, sperando di superarli; vile impareggiabile che si nasconde in ogni battaglia pur avendo ricchezza di consigli per ogni guerriero e pronto ad attribuirsi, ma con modestia, ogni vittoria; consolatore partecipe di ogni pena, soprattutto con ancelle e nipoti sopra il loro vuoto talamo.
È ricco di parole, il buon Tersite, da quelle sussurrate alle fanciulle abbandonate a quelle declamate nei consessi ad esaltazione dei suoi protettori, sempre pronto a mostrarsi, sempre pronto a defilarsi. Ha il coraggio della viltà e l’ipocrisia delle anime feroci: prodigo come nessuno ad insinuare e consigliare, e sempre pronto a celarsi nell’ombra. Come dice il poeta, ha l’anima deforme come il corpo, è la mano che spinge la mano col pugnale, sempre nascosta, sempre innocente e nobile davanti al pubblico. Questo teatrante…
Un colpo di tosse spezzò la voce rauca, mentre le dita si allargavano facendo cadere il mozzicone dell’eterna sigaretta. Come se si accorgesse solo ora di aver parlato troppo fece un largo respiro:
Sì, il paese è come il campo dei Greci a Troia. Il paese, questo paese.
Un altro colpo di tosse, più violento.
Ci guardò col suo mezzo sorriso intriso di ironia e di una distaccata rassegnazione.
Io guardavo le sue dita con le unghie abbrunite dal fumo e mi chiedevo quanto doveva conoscere la vita e le persone per essere così disincantato e amaro.
Beh, uagliù, mo’ iatevenne che ho da fare… si accomodò sulla sedia, accavallò le gambe e chiuse gli occhi di fronte all’ultimo sole.
“Ciao, Mimì… ciao maestro Mimì…”  

mercoledì 5 luglio 2017

SAN TOMMASO ALLA CORTE DI LUIGI IX di Tommaso di Brango

L’ambasciatore dei veneziani faceva un rumore d’inferno. Affondava debolmente il cucchiaio di legno nel piatto di minestra e, dopo averlo portato alla bocca, iniziava a succhiare l’acqua calda come se dovesse assaggiare un chicco per volta. Sembrava il cigolio che fanno le ruote dei carri quando non vengono cambiate per troppo tempo.
Il principe ereditario lo guardava con un certo disgusto e si rivolgeva al padre parlandogli all’orecchio e mettendo le mani davanti alla bocca. Nessuno di noi seppe mai cosa gli stesse dicendo, ma il fatto che il Re rispondesse stringendo le spalle e abbassando leggermente il mento verso destra ci fa capire che, con tutta probabilità, non si doveva trattare di giudizi lusinghieri. Alla sua sinistra c’erano il rettore dell’Università di Parigi e alcuni professori che parlottavano tra loro, forse per coprire il suono prodotto dall’ambasciatore.
Gettai uno sguardo alle mura della stanza e pensai che mi aspettavo maggior sfarzo nella dimora del Re di Francia. Certo, ci trovavamo in un castello: ma qualche ornamento alle finestre avrebbe pure potuto mettercelo Re Luigi! E anche il tavolo poteva non essere semplicemente un lungo pezzo di legno con un panno disteso sopra!
D’un tratto la porta del salone si aprì ed entrarono le maestranze per portare il secondo piatto. Non sapevano che l’ambasciatore doveva ancora finire di degustare i chicchi della minestra. Prima che chiunque tra loro potesse parlare, però, si udì un tonfo all’interno della stanza.
Il tutto durò un solo istante, ma nella mia memoria appare dilatato, come se il tempo si fosse improvvisamente bloccato. Fu un rumore netto, come un bove che cade su un asse di legno e lo travolge. L’ambasciatore si sporcò con la minestra, il Re e suo figlio rivolsero lo sguardo alla loro destra, il rettore e i professori parvero aver accumulato in faccia tutto il sangue che avevano in corpo.
«È chiaro! Ma che dico: è chiarissimo!» fece frate Tommaso con il pugno ancora sul tavolo e incurante dello sguardo altrui. Poi si voltò verso sinistra e, rendendosi conto dell’accaduto, serrò le labbra e abbassò lo sguardo. Il rettore, che lo guardava carico d’odio e imbarazzo, si rivolse al Re con le sopracciglia appena inarcate, come chi sta per chiedere scusa.
Luigi IX però era uomo di grande intelligenza e santità e lo fermò toccandogli l’avambraccio con la mano destra. Dopodiché si alzò e, sotto lo sguardo interrogativo di tutti, andò a sedersi accanto a Tommaso che rimaneva con gli occhi fissi al piatto di minestra.
«Ditemi, su cosa riflettevate?»
«Sulla dottrina manichea Sire. Forse ho trovato il modo di confutarla e mi sono fatto prendere dall’entusiasmo. Perdonatemi.»
Il Re fece un sorriso con la parte destra della bocca. «Perdonatemi voi, Tommaso, se non vi ho messo a disposizione un ambiente adeguatamente silenzioso e accogliente. Comunque ditemi: in cosa cede la dottrina manichea a vostro avviso?».
Trascorsero il resto della serata a discorrere di simili questioni.