sabato 16 settembre 2017

C’ERA UNA VOLTA UNA FAMIGLIA DI CARTAI di Camillo Marino

È diventata per me una promessa, un progetto irrinunciabile, come si mi fosse stato consegnato il testimone. Da quando mio padre non c’è più il pensiero si è fatto ricorrente, quasi tormentoso, fino a far crescere a dismisura il desiderio di svelare, di sapere quale fosse l’identità della mia famiglia. Mio padre affidò a me questo testamento morale, spirituale, lui che come pochi era fiero e orgoglioso delle sue origini. Un nome, una città, un mito tra la gente marinara: Amalfi! Non a caso anche il cognome che porto, Marino, ne sottolinea la provenienza. Avevo poco più di 10 anni quando ebbi la ventura di soggiornare ad Amalfi, la città natale di mio nonno, Camillo Maria Marino, che lì nacque il 28 febbraio del 1878. Intorno alla metà degli anni Cinquanta fui ospite, insieme a mio padre e ad alcune sorelle, degli eredi di Francesco Marino (zio Ciccillo, come soleva chiamarlo mio padre), un caro cugino di mio nonno. Francesco Marino era stato un mastro cartaio, proprietario di una cartiera ad Amalfi presso “a Ferriera”, dove mio padre, giovanissimo, aveva lavorato. La famiglia Marino, da generazioni, era costituita da valenti e laboriosi cartai. Delle cartiere, della carta di Amalfi è nota la leggenda! Ancora oggi la carta a mano di Amalfi è famosa nel mondo. Come dicevo, verso la metà degli anni Cinquanta arrivammo ad Amalfi presso “a Ferriera”, la cartiera di zio Ciccillo, morto alcuni anni prima; ci accolsero i suoi numerosi figli che gestivano la fabbrica paterna: Giovanni, Andrea, Tonino, Luigi, Rita, Lucia e Anna. La festa fu grande soprattutto per mio padre, che potè così riabbracciare gli unici Marino rimasti ad Amalfi. Per mio padre, inoltre, fu l’occasione per riconciliarsi con le sue radici, con il suo passato. A noi figli, già piccoli, aveva inculcato il mito di Amalfi, della sua famiglia, l’orgoglio di essere figlio e discendente di cartai. Purtroppo i ricordi di quelle giornate trascorse nella splendida Amalfi si sono annebbiati. Ricordo soltanto le piacevoli ore passate con uno dei figli di zio Ciccillo, Luigi, mio coetaneo. Non dimentico una gita in barca dove ebbi occasione di mettere in evidenza le mie discrete qualità canore, destando ammirazione tra i parenti presenti. Dopo quel soggiorno sono stato altre volte ad Amalfi. I contatti con i Marino, specialmente con Giovanni, dirigente tecnico presso una cartiera di Scafati, sono stati mantenuti, anche se non molto intensamente, da mio padre. Egli spesso si abbandonava a sentimenti di nostalgia, rievocando gli anni trascorsi ad Amalfi presso zio Ciccillo e suo fratello, zio Andrea (sposato con una Confalone), che gestiva una cartiera in località Marmorata di Ravello. Ho avuto modo di visitare successivamente questa cartiera, prima che venisse definitivamente trasformata in albergo-ristorante, sempre in compagnia di mio padre. In quella cartiera mio padre avevo gioito e sofferto le ansie, le soddisfazioni di un lavoro piacevole e duro. Altri tempi! Un lavoro di artigiani fatto di passione, sapienza, abnegazione ed esperienza. Degli antenati della famiglia Marino mio padre mi ha lasciato alcune notizie, anche se non molto precise. Le sue conoscenze, in tal senso, partivano da un antenato, mio omonimo, Camillo Marino, ovviamente cartaio, che ebbe tra figli: Giovanni, Raffaele e Francesco. Giovanni ebbe a sua volta Andrea e Francesco (zio Ciccillo); Raffaele ebbe Camillo Maria (mio nonno) e Teresa; infine Francesco ebbe come unico figlio Giuseppe.
Tutti cartai! Ironia della sorte, anche io ho fatalmente conosciuto il mio primo, serio lavoro presso la cartiera Vita-Mayer di Ceprano in qualità di impiegato tecnico. Anch’io dunque ho avuto la possibilità di conoscere i segreti e il fascino della produzione della carta. C’è stato forse lo zampino degli antenati: una professione cromosomica! Ma torniamo alle mie origini e a come i Marino giunsero ad Aquino. Il nonno di mio padre, Raffaele Marino, aveva una cartiera ad Amalfi. Era sposato con Carolina Lucibello, figlia anch’essa di cartai, e pronipote del Vicario di Amalfi, Andrea Lucibello, che fu anche vescovo di Aquino, Sora e Pontecorvo. Mio padre mi raccontò che suo nonno, Raffaele Marino, subì una sciagura in seguito alla quale andò perduto in mare, a causa di un violento nubifragio, un notevolissimo carico di carta destinato al mercato di Oriente. Questo episodio segnò profondamente la piccola cartiera e Raffaele Marino, in breve tempo, dovette chiudere i battenti e volontariamente esiliare anche per via del suo carattere orgoglioso e austero. Si trasferì infatti in un paesino del Casertano, Prata Sannita, dove ci sono tracce dell’esistenza di una cartiera presso la quale, presumibilmente, prestò la sua opera. Naturalmente il figlio Camillo Maria (mio nonno) seguì il destino del padre e operò anch’egli presso la cartiera di Prata Sannita. Questa cartiera, come quelle di Aquino e Guarcino, era di proprietà dei Procaccianti. Da qui nascono le circostanze che condussero al matrimonio mio nonno Camillo con mia nonna Antonia Iacovella di Aquino. Antonia Iacovella era una delle tante giovinette che lavoravano alle dipendenze delle cartiere Procaccianti e nell’ambito del lavoro avvenne l’incontro che successivamente portò al matrimonio con Camillo Maria Marino. Si stabilirono così ad Aquino dove nacque mio padre Libero e la sorella Canneta. Mio padre, giovanissimo, come già detto, aveva lavorato presso le cartiere degli zii Andrea e Francesco in Ravello e Amalfi. Sono stati proprio questi contatti, nei luoghi più belli del mondo, come diceva mio padre, a trasmettere a noi figli il mito, il culto di Amalfi, l’amore e la forte passione per le nostre origini. Alcune settimane scorse, sospinti da questo intenso desiderio, mi sono recato ad Amalfi  dove presso una cartoleria ho avuto modo di acquistare la mitica carta a mano di Amalfi. Inoltre, per caso, ho anche acquistato un libro intitolato “Amalfi, il primato della carta” di Giuseppe Imperato.
Il libro riguarda le origini delle cartiere amalfitane. Fra le note, con mia piacevolissima sorpresa, ho potuto leggere di un mio antenato, Luigi Marino, che era fra quelli che possedevano una cartiera con oltre 40 operai nell’anno 1885. Quest’occasionale ritorno ad Amalfi ha accresciuto notevolmente il desiderio di sapere qualcosa di più circa l’identità della mia famiglia. Qualche giorno dopo ho pensato che potesse essere utile alla mia ricerca mettermi in contatto con la Curia Vescovile di Amalfi. Senza indugiare più di tanto, ho telefonato al responsabile della Curia stessa il quale, alla mia richiesta, molto gentilmente mi ha fornito il recapito del prof. Salvatore D’Amato di Amalfi, che tra l’altro è uno studioso di storia patria e abituale frequentatore degli archivi della Curia. Messomi in contatto con il prof. D’Amato, durante il cordiale colloquio, mentre cercavo di spiegare i motivi che mi spingevano a fare questa indagine storica sulle origini della mia famiglia (dicendo, tra l’altro, che da ragazzino ero stato ospite presso parenti in Amalfi, nella cartiera degli eredi di Francesco Marino), il cortese interlocutore interrompendomi quasi bruscamente ha esclamato: “Noi siamo parenti!” La frase, raccolta dall’altro filo del telefono, mi fece accapponare la pelle e suscitò in me sentimenti di gioia, di stupore, di piacevole sorpresa e incredulità.  Poi il prof. D’Amato aggiunse:  “Francesco Marino era mio nonno!” Per caso, incredibilmente, come se ci fosse stata la mano di un regista misterioso, mi ero incontrato, anche se solo telefonicamente, con il figlio di Lucia Marino, una delle figlie di zio Ciccillo, nella cui cartiera, da ragazzo, intorno agli anni Cinquanta, fui ospite. Incredibilmente i nodi con le mie origini si erano riallacciati. Per fare una ricerca, per avere notizie in loco della mia famiglia, non potevo certo trovare persona più giusta. Col prof. Salvatore D’Amato ci siamo scambiati gli indirizzi e la reciproca promessa di incontrarci prossimamente ad Amalfi. Di solito sono scettico, per niente incline a fantasticherie, però di fronte a questa sorprendente storia non è esagerato dire che ho avvertito come un intervento di una presenza soprannaturale: forse lassù qualcuno si diverte ad allestire trame insospettabili, capaci di risuscitare la memoria di eventi vissuti, brandelli di vita spariti tra le pieghe del tempo.

sabato 9 settembre 2017

AQUINUM: DAL SOGNO ALLA REALTA’ di Costantino Jadecola

 

Foto: Raffinate tracce di arte musiva dall'antica Aquino

Era la metà dei tanto decantati anni Sessanta e l’Autostrada del Sole era ormai cosa fatta. Ad Aquino, per il suo passaggio, era stata sgretolata una bella fetta delle Pentime ed il centro storico era stato separato dalle ultime piccole case che si allungavano al di sopra dello strapiombo, separazione poi superata da un ponte che ripristinava la connessione.
Un fatto nuovo che stimolava ancor più le passeggiate notturne tra le “Crucéla” e le “Pèntema” cui, proprio a seguito di esso, venne ad aggiungersi un terzo itinerario. Quello con l’area di servizio Casilina, forse il più stimolante di tutti perché, dopo un lungo tragitto nel buio più totale, approdavi infine in ambienti dove il neon dominava e che per noi, abituati alle poche candele delle nostre lampadine, la cui funzione sembrava più quella di farsi notare che illuminare, costituiva decisamente un passo nel futuro. A ciò si aggiungeva la possibilità di imbattersi in un mondo del tutto diverso da quello che allora si era abituati a frequentare e, talvolta, anche in qualche personaggio importante.
A rendere il tutto ancor più affascinante era il fatto che, per raggiungere questo mondo per noi avveniristico, per buona parte del percorso ci servivamo di una strada antica di oltre duemila anni, la via Latina, laddove essa transita nel centro di quello che era stato l’abitato di Aquinum che di tanto in tanto si manifestava con qualche reperto alimentando la nostra fantasia e le nostre chiacchiere anche se allora di certe cose se ne sapeva ben poco o, forse, niente.
Così, se si sapeva della presenza di un anfiteatro nella Aquinum di allora, di sicuro era ignoto ai più che i progettisti dell’autostrada, seppur con tanto spazio a disposizione, per consentire il passaggio dell’arteria avevano centrato in pieno ciò che restava di quell’antica struttura. Ma anche ad averlo saputo, non erano certo quelli tempi per fare barricate.
Un vero e proprio massacro che si sarebbe poi riproposto sul finire degli anni Ottanta in occasione dell’ampliamento dell’autostrada quando si fece finta di prestare una qualche attenzione a ciò che di quella struttura restava al punto da lasciare quasi a vista la parte di essa che “invade” la corsia di emergenza sul lato per Roma.
Ed altra attenzione venne ad esso dedicata quando, chi doveva “proteggerlo”, decretò la distruzione del caratteristico casale che nel 1700 era stato realizzato su uno spicchio dello stesso anfiteatro e che avrebbe quanto meno preservato nel tempo alcuni ambienti sotterranei.
Insomma, se l’autostrada ci offriva spunti avveniristici, contestualmente frantumava il nostro passato. Cosa che è accaduta ancora una decina di anni or sono quando si decise di intervenire sull’area di servizio Casilina per un suo totale rifacimento e si venne così a scoprire che essa, a suo tempo, senza ritegno e senza vergogna, era stata addirittura realizzata su una necropoli ricca di una settantina di tombe tutte dotate di un consistente corredo e la cui origine veniva fatta risalire tra il III e il II secolo a. C. A conferirle particolare prestigio, però, sarebbe stata la scoperta, il pomeriggio del 5 maggio 2005, di un letto funerario in osso di particolare fattura, che avrebbe avuto grande risonanza addirittura a livello nazionale.
Né può omettersi dal ricordare che nella medesima circostanza venne anche rasa al suolo la cappella dedicata a San Tommaso - una delle quattro all’epoca presenti sulla rete autostradale italiana - inaugurata appena 35 anni prima, il 7 marzo 1970, dal cardinale Pietro Parente nell’ambito delle iniziative per il VII Centenario della morte dell’Aquinate.
Ma non era solo l’autostrada a procurarci guai: con la costruzione della ferrovia per i treni ad alta velocità, infatti, se ne andava a farsi benedire un’altra buona fetta del passato in un saccheggio rimasto pressoché anonimo.
Comunque sia, se non c’erano corpi estranei ad interferire, ci pensavamo da soli a farci del male.
Sempre negli anni Sessanta, infatti, nelle adiacenze del teatro era stata autorizzata la costruzione di una abitazione mentre, tempo dopo, per il mattatoio di Aquino, i cui locali ospitano oggi il “museo della città”, era stato prescelto un sito davvero ideale per lo scopo cui era destinato posto com’era non lontano dalla chiesetta di San Tommaso e a metà strada tra la porta di San Lorenzo e la chiesa della Madonna della Libera.
Questa iniziativa, peraltro, fu talmente scandalosa che i giovani esponenti dell’allora efficientissima O.A.S.U., l’Organizzazione Aquinate Studenti Universitari, nonostante le non floride condizioni economiche, non badarono a spese e tappezzarono le mura della cittadina con un manifesto settanta per cento, che a quei tempi costava un occhio della testa, in cui, oltre il resto, campeggiava la scritta “Pietà per Aquino”: una contestazione bella e buona che sconvolse letteralmente le autorità comunali, nuove a quella forma di protesta.
Quella che percorrevamo nelle nostre passeggiate serali verso l’area di servizio Casilina se non era proprio la via Latina di un paio di millenni prima tuttavia ne ricalcava con una certa fedeltà il percorso che si allungava tra la porta orientale, o di San Lorenzo, e quella occidentale, o Romana. Col tempo, infatti, era accaduto che quello che in origine era stato un perfetto rettilineo era diventato un curvilineo, che il livello della strada forse si era alzato di alcune decine di centimetri mentre la larghezza era ancora la stessa data la presenza, in certi punti, delle vecchie macere.
Era invece rimasta immutata nel tempo, con le originali lastre di basalto, solo quella parte della via che, appena fuori città, dalla parte di Aquino, con un’ampia curva supera il dislivello tra l’antico sito dei laghi e quello urbano della città: l’andazzo corrente avrebbe fatto scommettere su una colata di asfalto su ciò che restava dell’antica strada, che comunque si rendeva ancora utile al transito, ma l’intelligenza umana in quel caso superò se stessa e le affiancò una strada moderna.
Appena dopo, invece, da porta San Lorenzo in poi, quello che era stato il decumano di Aquinum gradatamente si adattò alle esigenze del moderno traffico automobilistico “dilatandosi” nel tempo al punto che, laddove un tempo correvano bighe e quadrighe oggi, senza che l’uomo si sia minimamente preoccupato di intervenire, transitano i cosiddetti bisonti della strada.
Ma allora, quando si facevano quelle passeggiate notturne, tutto ciò doveva ancora accadere.
Allora si fantasticava, piuttosto, sul tempo in cui quella antica città, cinta per buona parte da un lago che, seppur non grande, rendeva caratteristico il paesaggio, poteva vantare la presenza di un teatro, di un anfiteatro e di terme con acqua fredda e calda mentre noi dovevamo accontentarci della “sala Giovenale” o dell’“arena del nespolo” e, in casa, l’acqua (fredda) era una recente conquista.
Né potevi evitare di trasporre in quella strada, quando essa era in auge ed era il decumano della città, certe caotiche scene di vita che il concittadino Giovenale aveva tratteggiato da par suo: “Ma c’è una casa d’affitto in Roma che permetta il sonno? Solo ai gran quattrini è permesso dormire. La colpa di questo malanno ce l’hanno soprattutto i carri che vanno su e giù dentro i budelli dei vicoli, e le mandrie, che si fermano e fanno un fragore che toglierebbe il sonno a Druso o a una vacca marina. Il ricco, quando un affare lo chiama, si fa trasportare tra la folla che s’apre davanti a lui, e vola sopra le teste, chiuso dentro la grande lettiga liburna dove può leggere o scrivere o magari dormirci; che infatti le finestre chiuse, in lettiga, fan venir sonno. Comunque puoi star certo che arriverà per primo; a me, pieno di fretta, fa ostacolo l’onda della folla che mi precede; quella che mi segue mi preme, come una falange compatta, alle reni; uno mi pianta un gomito in un fianco, un altro mi colpisce rudemente con una stanga, quello mi sbatte in testa una trave, l’altro una botte. Le gambe s’ingrassano di fango, da ogni parte suole grosse cosi mi pestano i piedi, un militare mi trapassa l’alluce coi suoi chiodi.” (D. G. GIOVENALE, Satire, III, 234-248.)
La cosa, però, che più di tutte inquietava in quelle discussioni notturne era l’allucinante andamento dei confini comunali che, quando erano stati definiti, chi lo aveva fatto non aveva avuto alcun riguardo per l’antica città il cui sito urbano era stato malamente spezzettato fra Aquino e Palazzolo, l’antico nome di Castrocielo.
Del resto, quando ciò era accaduto, il potere stava tutto in collina; la pianura, dal canto suo, non aveva alcun peso contrattuale essendo abitata solo da povera gente che aveva ben altro cui pensare. Cosicché appare ancor più deprimente il comportamento di quei piccoli satrapi la cui azione non potrà non essere correlata alla loro profonda ignoranza e stupidità, due doti che, per sempre, ne caratterizzeranno il ricordo.
Quanto, poi, a certe goliardiche velleità rivendicatrici degli antichi assetti territoriali, penso che esse lascino il tempo che trovano. Tutt’al più potrebbe cominciarsi ad esaminare la possibilità di una unificazione amministrativa tra Aquino e Castrocielo nel nome di Aquinum.
Al momento, tuttavia, ci consola il fatto che certe attese, direi a lungo attese, incominciano finalmente a concretizzarsi e non importa se si tratti dell’Aquinum di Aquino o di quella di Castrocielo.
Ciò che conta a questo punto è Aquinum, questa importante realtà di venti e passa secoli or sono che, palmo a palmo, sta venendo fuori dalla terra sull’assolato pianoro di San Pietro Vetere, dove anche dagli scavi di questa estate appena passata sono emersi risultati al di là delle aspettative.
Cosa della quale ritengo si debba dare atto a chi tutto ciò ha reso possibile: il sig. Plinio Alberto Pascale che, alla sua morte, lasciò nella disponibilità del comune di Castrocielo quel terreno dal quale stanno venendo fuori tante cose interessanti, ed altre sicuramente ne verranno, a confermare la grandezza di Aquinum, semmai qualcuno avesse ancora dei dubbi.

 

 

 

lunedì 4 settembre 2017

COMPAESANI di Peppe Murro

Si era messo il migliore dei vestiti che aveva: certo, qualche ricucitura qua e là e forse non era stirato a dovere, ma era pulito, tanto che neppure la domenica gli andava di metterlo per non rovinarlo.
Prese una busta di plastica e vi mise con cura la bottiglia di spumante che aveva incartato con un giornale; prese dal tavolo anche il panettone confezionato, quello con le uvette che gli piaceva tanto e lo ripose con cura accanto alla bottiglia.
Aveva deciso di non bere quel giorno, sapeva che anche un solo bicchiere lo faceva sbronzare...e poi, se si metteva a bere, non era mica sicuro di riuscire a smettere. Era quasi Natale e voleva andare a trovare la figlia che abitava a Cassino: le portava in regalo le cose della busta, ma forse il regalo più vero era quel padre per una volta sobrio, non il solito ubriacone che il paese conosceva.
Fece con calma la salita della parte vecchia di Aquino, salutò con un gesto Ceppetta e Peppino Spada...vado a fare gli auguri a mia figlia, disse contento. E continuò, stranamente leggero.
La piazza gli si aprì col suo spazio luminoso, ma lui si tenne di lato come se volesse evitare ogni incontro. Raggiunse la fermata dell'autobus, lì, vicino al bar che non volle neppure guardare, tanto che si mise di spalle, in un nervoso e fragile silenzio.
Non tacquero però gli avventori del bar, e tra sghignazzi e battute presero a chiamarlo: ehi, ma dove vai tutto acchittato? vieni qui a farti un goccetto... e già pregustavano la scena, scambiandosi occhiate e gesti d'intesa.
Non rispose, continuò a volgere loro le spalle.
Allora i più decisi e scalmanati, giovinastri forse o stolidi compagni di vecchie bevute, si fecero più sfrontati, qualcuno si avvicinò, mettendogli una mano sulla spalla, qualcuno rovistò nella borsa...che ci porti qua dentro?
Dovette rispondere per forza...vado a trovare mia figlia, le porto qualcosa per Natale...
Altre risate sguaiate...è presto per l'autobus, dai vieni a farti un bicchiere...e via a spingerlo verso il bar, con le occhiate complici della malevola cattiveria di chi vuole ridere delle debolezze altrui.
Qualcuno gli mise sotto il muso un bicchiere di vino, girò la testa con un debole diniego; quasi lo forzarono a rigirarla e gli portarono il bicchiere alle labbra, fidandosi dei suoi vizi.
Mi fecero ubriacare, mi sono ritrovato su una sedia e accanto a me ho trovato solo una bottiglia vuota incartata e la scatola vuota del panettone, bisbigliò come in un sospiro. Quel giorno non sono più andato a fare gli auguri a mia figlia.
Stavamo seduti sull'unico gradino della sua casa, io guardavo i suoi occhi, il colletto consunto della sua camicia, la sua rassegnata amarezza . Non ci furono altre parole, mi vergognavo di fare foto a quello che avevo visto come un personaggio ed era invece una persona.
Rosino si chiamava, anima delicata e fragile come il fiore di cui portava il nome.
Rosineglie, per i suoi immeritevoli compaesani.  

 

martedì 29 agosto 2017

VECCHIA PORTA di Paolo Secondini

Se potesse parlare chissà quante storie una semplice porta racconterebbe: storie sicuramente di un tempo lontano in quanto, a guardarla, sembra che di anni ne abbia parecchi.
È piuttosto consunta, scrostata, scolorita, poiché sottoposta continuamente ai raggi del sole, e alla violenza delle intemperie che l’hanno rovinata.
Ma ancora è lì, benché solitaria ormai, inservibile…
È difficile dire quante volte abbia girato attorno ai suoi cardini, per essere chiusa o aperta, aperta di nuovo e richiusa, con delicatezza o brusche maniere.
Sarebbe interessante, innanzitutto, risalire al falegname che l’ha costruita o, addirittura, all’albero che ha fornito il legname a essa necessario… Ma è impresa difficile, praticamente impossibile.
Non si conosce il suo aspetto originario (lo si può solamente intuire), di quando cioè, per la prima volta, fu posta a chiusura della casa per proteggerne i beni e gli abitanti; né si sa chi abbia dimorato dietro quella porta, quali mani l’abbiano spinta, sfiorata, quasi accarezzata, di quanti pianti o risa sia stata testimone.
Oggi non resta di essa che la struttura decrepita, la quale, con il passare degli anni, andrà peggiorando sempre di più, come accade solitamente a tutte le cose ormai vecchie, dimenticate… e non a queste soltanto.
Per molti aspetti, il destino della porta ricorda quello precario dell’uomo, di ogni essere vivente: vittime anch’essi del tempo che tutto trasforma e distrugge inesorabilmente, nella sua corsa inarrestabile. E forse per questo motivo la porta ci ispira, a guardarla, una certa simpatia e, assieme, una profonda tenerezza.
 

venerdì 14 luglio 2017

LA MIA SCUOLA ELEMENTARE di Camillo Marino

La sede delle scuole elementari, all’inizio degli anni Cinquanta (XX secolo), era situata in un edificio dell’ICIAP. Per la generazione di scolari della mia età si poteva ritenere buona fortuna “vivere” l’anno scolastico in una casa popolare. Le pubbliche autorità, alle prese con la difficile opera di ricostruzione del dopoguerra, cercavano di risolvere, come potevano, gli innumerevoli e gravosi problemi della gente. Frequentavo la scuola elementare ubicata nel centro storico, nella via principale del paese.  Oggi quell’edificio è ancora lì occupato da alcune famiglie. Molti ricordi sono ancora bene impressi nella mia mente: il primo maestro, la prima bacchettata, il primo rimprovero, l’apprensione dei miei genitori per la mia irrequietezza.
Vedo gli scolari di oggi frequentare l’attuale edificio delle scuole elementari, costruito in modo razionale, concepito a ricevere una numerosa popolazione scolastica e, soprattutto, al passo coi tempi, munito di riscaldamento centralizzato, aule ampie e luminose, servizi igienici adeguati, moderna palestra, spazioso cortile.
La “nostra” scuola non era dotata di tali servizi. Aule strette ospitavano classi con un numero elevato di alunni. Il riscaldamento consisteva in un piccolo braciere o in una modesta stufa a legna, non certo sufficienti a soddisfare le nostre esigenze.
Un ricordo molto vivo nella mia memoria è quello relativo ai momenti che trascorrevamo al mattino prima dell’inizio delle lezioni. Ci radunavamo nel piccolo cortile della scuola e praticavamo un gioco, la guerra francese, che gli scolari di oggi nemmeno conoscono. Due squadre formate da alcuni elementi si fronteggiavano in una sfida che consisteva nel rincorrersi e nel non cadere prigionieri degli avversari, godendo della difesa dei componenti della propria squadra.
Altri giochi molto praticati erano quelli con le palline di vetro o quello delle figurine dei calciatori, miti di allora: Ghiggia, Schiaffino, Boniperti, Nhordall, e fra i ciclisti: Coppi, Bartali, Magni, Koblet, Bobet. Il gioco con vere monete, detto della “reta”, raramente veniva praticato in ambito scolastico…
Oggi tutto è cambiato. I giovani entrano nei bar per dare vita ad una partita elettronica con i video games in linea coi tempi che viviamo.

 
 

domenica 9 luglio 2017

TERSITE di Peppe Murro

Il campo dei Greci a Troia è un paese.
Ci sono i potenti, ricchi di prede e di sangue, grassi tronfi e arroganti come chiunque abbia il potere e goda della sopraffazione… stanno lì, seduti in attesa dell’ossequio e dell’inchino, pronti alla derisione ed allo sfregio, sempre inclini a colpire e ferire. Conoscono bene la natura umana e col bastone governano il gregge.
Poi ci sono gli affamati, quelli che sognano di essere eroi e di arrivare al cielo della gloria o più semplicemente di sostituire i potenti… si inebriano di battaglie e di vittorie, poco importa di quante morti sia disseminata la loro carriera, su quanti cadaveri di amici o nemici debbano passare. Vogliono il potere e quest’ansia è il loro vero e unico blasone, la sola ragione della vita.
Ci sono, infine, quelli che non contano, docile umanità a disposizione del consumo degli altri, pronti a servire o a farsi macellare da guerra e fatiche… purché il padrone di turno getti loro ogni tanto un avanzo, finga un mezzo favore, accenni la promozione di un mezzo sorriso.
Ma la figura più alta e più rappresentativa resta sempre lui: Tersite, vero Greco tra i Greci, immagine fulgida di ogni loro vizio. Sempre disponibile all’ossequio fino a prostrarsi, purché si veda che è in compagnia di chi conta, si esibisce in oracoli e dotte citazioni ripetendo Nestore e Calcante, sperando di superarli; vile impareggiabile che si nasconde in ogni battaglia pur avendo ricchezza di consigli per ogni guerriero e pronto ad attribuirsi, ma con modestia, ogni vittoria; consolatore partecipe di ogni pena, soprattutto con ancelle e nipoti sopra il loro vuoto talamo.
È ricco di parole, il buon Tersite, da quelle sussurrate alle fanciulle abbandonate a quelle declamate nei consessi ad esaltazione dei suoi protettori, sempre pronto a mostrarsi, sempre pronto a defilarsi. Ha il coraggio della viltà e l’ipocrisia delle anime feroci: prodigo come nessuno ad insinuare e consigliare, e sempre pronto a celarsi nell’ombra. Come dice il poeta, ha l’anima deforme come il corpo, è la mano che spinge la mano col pugnale, sempre nascosta, sempre innocente e nobile davanti al pubblico. Questo teatrante…
Un colpo di tosse spezzò la voce rauca, mentre le dita si allargavano facendo cadere il mozzicone dell’eterna sigaretta. Come se si accorgesse solo ora di aver parlato troppo fece un largo respiro:
Sì, il paese è come il campo dei Greci a Troia. Il paese, questo paese.
Un altro colpo di tosse, più violento.
Ci guardò col suo mezzo sorriso intriso di ironia e di una distaccata rassegnazione.
Io guardavo le sue dita con le unghie abbrunite dal fumo e mi chiedevo quanto doveva conoscere la vita e le persone per essere così disincantato e amaro.
Beh, uagliù, mo’ iatevenne che ho da fare… si accomodò sulla sedia, accavallò le gambe e chiuse gli occhi di fronte all’ultimo sole.
“Ciao, Mimì… ciao maestro Mimì…”  

mercoledì 5 luglio 2017

SAN TOMMASO ALLA CORTE DI LUIGI IX di Tommaso di Brango

L’ambasciatore dei veneziani faceva un rumore d’inferno. Affondava debolmente il cucchiaio di legno nel piatto di minestra e, dopo averlo portato alla bocca, iniziava a succhiare l’acqua calda come se dovesse assaggiare un chicco per volta. Sembrava il cigolio che fanno le ruote dei carri quando non vengono cambiate per troppo tempo.
Il principe ereditario lo guardava con un certo disgusto e si rivolgeva al padre parlandogli all’orecchio e mettendo le mani davanti alla bocca. Nessuno di noi seppe mai cosa gli stesse dicendo, ma il fatto che il Re rispondesse stringendo le spalle e abbassando leggermente il mento verso destra ci fa capire che, con tutta probabilità, non si doveva trattare di giudizi lusinghieri. Alla sua sinistra c’erano il rettore dell’Università di Parigi e alcuni professori che parlottavano tra loro, forse per coprire il suono prodotto dall’ambasciatore.
Gettai uno sguardo alle mura della stanza e pensai che mi aspettavo maggior sfarzo nella dimora del Re di Francia. Certo, ci trovavamo in un castello: ma qualche ornamento alle finestre avrebbe pure potuto mettercelo Re Luigi! E anche il tavolo poteva non essere semplicemente un lungo pezzo di legno con un panno disteso sopra!
D’un tratto la porta del salone si aprì ed entrarono le maestranze per portare il secondo piatto. Non sapevano che l’ambasciatore doveva ancora finire di degustare i chicchi della minestra. Prima che chiunque tra loro potesse parlare, però, si udì un tonfo all’interno della stanza.
Il tutto durò un solo istante, ma nella mia memoria appare dilatato, come se il tempo si fosse improvvisamente bloccato. Fu un rumore netto, come un bove che cade su un asse di legno e lo travolge. L’ambasciatore si sporcò con la minestra, il Re e suo figlio rivolsero lo sguardo alla loro destra, il rettore e i professori parvero aver accumulato in faccia tutto il sangue che avevano in corpo.
«È chiaro! Ma che dico: è chiarissimo!» fece frate Tommaso con il pugno ancora sul tavolo e incurante dello sguardo altrui. Poi si voltò verso sinistra e, rendendosi conto dell’accaduto, serrò le labbra e abbassò lo sguardo. Il rettore, che lo guardava carico d’odio e imbarazzo, si rivolse al Re con le sopracciglia appena inarcate, come chi sta per chiedere scusa.
Luigi IX però era uomo di grande intelligenza e santità e lo fermò toccandogli l’avambraccio con la mano destra. Dopodiché si alzò e, sotto lo sguardo interrogativo di tutti, andò a sedersi accanto a Tommaso che rimaneva con gli occhi fissi al piatto di minestra.
«Ditemi, su cosa riflettevate?»
«Sulla dottrina manichea Sire. Forse ho trovato il modo di confutarla e mi sono fatto prendere dall’entusiasmo. Perdonatemi.»
Il Re fece un sorriso con la parte destra della bocca. «Perdonatemi voi, Tommaso, se non vi ho messo a disposizione un ambiente adeguatamente silenzioso e accogliente. Comunque ditemi: in cosa cede la dottrina manichea a vostro avviso?».
Trascorsero il resto della serata a discorrere di simili questioni.

venerdì 30 giugno 2017

DON BATTISTA COLAFRANCESCO: UNA VITA DEDICATA AD AQUINO (A quindici anni dalla sua scomparsa) di Gianni Dorefice

Originario di Rocca d’Arce, dove nacque il 24 gennaio del 1911, iniziò i suoi studi primari nel seminario diocesano  di Aquino, in cui tornò a 22 anni nel 1933  per essere ordinato sacerdote e nel contempo assunse il ruolo di rettore dello stesso seminario.
Negli anni Trenta fondò una filodrammatica “ Religione e Patria”, la Schola Cantorum “ S. Caecilia”  e, soprattutto, l’Azione Cattolica, che in quegli anni difficili esercitava un ruolo educativo e politico di primo piano!
Scoppiata la II guerra mondiale, assistette alla distruzione pressoché totale del suo amato paese, così dal giugno del 1944 cominciò la sua opera di ricostruzione morale, civile e religiosa.
Nel 1947 si laureò in Lettere all’Università di Roma e fu nominato arciprete della Cattedrale di Aquino.  Come sede della Cattedrale, a causa della distruzione della chiesa del ‘700 situata in piazza, dove ora si erge il monumento alla Madonna, fu utilizzata la Chiesa della Madonna della Libera (sec. XII).
Nel 1950 fu ricostruito il seminario diocesano che ospitò prima la scuola elementare e poi divenne la sede della scuola media!  Nel salone ricavato al pianterreno dell’edificio don Battista ebbe la lungimirante idea di realizzare una sala cinematografica (una delle prime nel nostro territorio); fu questa per la popolazione, ma soprattutto per noi giovani, un luogo di svago, ma anche una finestra culturale aperta sul mondo, per altri versi a noi sconosciuto!
Negli anni  Cinquanta - Sessanta  si dedicò alla ricostruzione della Cattedrale che volle nello spazio antistante la cosiddetta Piazza Pelagalli, precedentemente adibito a campo boario.  La nuova chiesa, dedicata a S. Costanzo e S. Tommaso d’Aquino, (progettata dall’arch.  Giuseppe Breccia-Fratadocchi, lo stesso che aveva lavorato alla ricostruzione della Basilica di Montecassino), fu inaugurata con grandi festeggiamenti nel 1963.
Nel frattempo realizzò un asilo infantile, tuttora attivo, e una sala cinematografica “Sala Giovenale” che ospitò negli anni moltissime celebrazioni ed attività culturali, tra le quali emerse il Premio San Tommaso che nel 1992 vide la partecipazione del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
La sua azione instancabile e, potrei dire, tutta la sua tenacia  la dimostrò nella preparazione del VII Centenario della morte di S. Tommaso d’Aquino. Si partì nel 1969 con la fondazione del periodico mensile “La Voce di Aquino”, giornale quasi interamente finanziato direttamente da Don Battista di cui fu il direttore.  La Voce fu per tanti giovani aquinati, compreso il sottoscritto, una palestra culturale che vide coinvolti molti intellettuali del territorio e non solo!
L’apice delle celebrazioni si ebbe nel 1974  con l’inaugurazione del monumento a S. Tommaso, opera del Biancini, fortemente valorizzato il 14 settembre in occasione della  visita di Papa Paolo VI!
Don Battista si è dedicato nel corso degli anni alla pubblicazione di diversi libri di cui ricordiamo: Il Sole di Aquino, l’Aquinate,  Aquino cinquant’anni (1933-1993) , La Chiesa della Madonna della Libera.
Ha concluso la sua esistenza terrena presso l’ospedale di Cassino il Primo luglio 2002, ma continua a vivere nella testimonianza delle sue opere e nella memoria di tutti gli Aquinati che hanno avuto il dono di conoscerlo!

martedì 27 giugno 2017

TOMMASO E MARGHERITA di Costantino Jadecola

C’è uno dei d’Aquino, Tommaso, conte di Acerra, omonimo di colui il quale sarebbe poi diventato “il più santo fra i dotti, il più dotto fra i santi”, altrimenti noto come l’Aquinate, il quale, nel contesto dell’espansione dei possedimenti di famiglia fino in Puglia convolò a giuste nozze con una nobile di nome Margherita il cui casato prendeva il titolo da Ugento.
Questo collegamento fra Aquino ed Ugento, emerso all’incirca quattro anni or sono, quando mons. Gerardo Antonazzo, già vicario di quella di Ugento-Santa Maria di Leuca, prese possesso della nostra diocesi, al di là dell’aspetto prettamente religioso costituì l’occasione per mettere in evidenza antichi e poco conosciuti legami fra due realtà territoriali che, seppur distanti tra loro in termini di spazio, hanno tuttavia un comun denominatore nell’antica e potente famiglia che da Aquino prende il nome e che ebbe un ruolo significativo nell’Italia centro meridionale al tempo in cui essa fu in auge.
Emerge, in questo contesto, la figura di Ottolina, la famosa prozia di San Tommaso che, tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, insieme a Maria dell’Isola, avrebbe voluto la costruzione ad Aquino della chiesa dedicata alla Madonna della Libera.
Ma perché? Perché proprio Ottolina, o Oddolina, come scrive qualcuno, sarebbe la madre del nostro Tommaso, conte di Acerra, il quale, oltretutto, e sarebbe un altro motivo di cui andare orgogliosi, a detta di padre Angelo Walz o.p. (Luoghi di San Tommaso, p. 24), potrebbe essere stato addirittura il padrino del futuro Santo dal momento che, quando l’Aquinate venne battezzato, pare fosse “l’esponente maggiore dei d’Aquino d’allora”.
Districarsi nel ginepraio di nomi che costituiscono l’albero genealogico della famiglia dei conti Aquinati è impresa non facile. Possiamo tuttavia affermare che il Tommaso cui ci riferiamo era figlio, oltre che della già ricordata Ottolina, di uno dei tanti Adenolfo, per l’esattezza Adenolfo “de Albeto” (Alvito), ed era dunque nipote di Landolfo, anche lui “de Albeto”, che tenne dapprima in servitio i feudi di Alvito, Campoli Appennino e la quarta parte di Aquino e fu poi feudatario in capite dei feudi di Settefrati e dell’ottava parte di Aquino.
Nato presumibilmente intorno al 1185, Tommaso conte di Acerra fu una figura di rilievo dell’entourage di Federico II di Svevia con il quale era entrato in contatto sin dal 18 marzo 1212 quando lo aveva accolto a Gaeta durante il viaggio del giovane Hohenstaufen  verso la Germania.
Diversi anni dopo, in occasione dell’incoronazione romana di Federico, il 22 novembre 1220, Tommaso venne investito della contea di Acerra, che era già appartenuta alla sua famiglia, nonché dei feudi di Montella e di Nusco; quindi, il 1o gennaio 1221 subentra a Landolfo “de Albeto” nella carica di capitano e maestro giustiziere di Terra di Lavoro e di “Apulia”: l’occasione, se si vuole, per incontrare Margherita e farla sua sposa. Sempre piuttosto vicino all’imperatore, fu fra coloro che condussero le trattative culminate con la cosiddetta pace di San Germano (20 luglio 1230, secondo alcune fonti, 23 luglio 1230, secondo altre) fra Federico II di Svevia e papa Gregorio IX, pace poi poi perfezionata a Ceprano il successivo 28 agosto, con lo scioglimento di Federico II dalla scomunica.
Quanto al matrimonio fra Tommaso, che fra l’altro fu anche Capitano Generale del Regno di Sicilia, e Margherita, però, non tutti sono convinti che le cose siano andate proprio così come le si è raccontate.
Padre Angelo Walz, ad esempio, ritiene che a prendere in sposa Margherita sarebbe stato non Tommaso I ma un suo nipote, pure lui chiamato Tommaso (II). E la stessa cosa scrive Agostino Toso (Thomas de Aquino, p. 24).
Di diversa opinione, e dunque in linea con l’ipotesi più accreditata, cioè quella secondo la quale fu Tommaso I a prendere in moglie “Margherita di Ogento” sono il prof. Francesco Scandone (Per la controversia sul luogo di nascita di S. Tommaso d’Aquino, p. 28) ed il prof. Errico Cuozzo autore di una biografia di Tommaso I per l’Enciclopedia fridericiana, un’opera tematica interamente incentrata sulla figura e la vicenda storica di Federico II di Svevia e del suo ambiente, edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
Comunque siano andate le cose, sembra non ci siano dubbi sul fatto che un matrimonio ci sia stato fra un signore della stirpe dei d’Aquino ed una nobildonna di Ugento la quale, aspetto non di secondaria importanza, sarebbe stata la figlia naturale di Federico II e dunque sorella di re Manfredi.
Prendendo comunque per buona l’ipotesi dell’unione fra Tommaso I conte di Acerra e Margherita, è doveroso precisare che dalla coppia nacquero almeno tre figli: Adenolfo III, capitano generale delle truppe imperiali in Lombardia, che prese in moglie Gubitosa di Laurito (contessa di Loreto), Landolfo, che possedeva feudi in Terra d’Otranto e Gubitosa che si fece monaca.
Tommaso, conte di Acerra, morì il 27 febbraio 1251.

venerdì 23 giugno 2017

IL PITTORE DEI RICORDI di Paolo Secondini

Sebbene passino gli anni e il tempo distenda un velo di oblio sui vari momenti della nostra vita, resta nitido nella memoria almeno un evento, o una persona, di cui serberemo un ricordo indelebile, come qualcosa di sempre presente ai nostri occhi.
Io, per esempio, ho ancora viva dentro di me la figura di mio nonno, che ebbi modo di amare e di apprezzare nella mia adolescenza.
Era alto, magro, gentile nell’aspetto e nobile nel portamento. Lo rivedo, come mi fosse davanti, seduto in giardino, d’estate, all’ombra dei glicini odorosi; lo rivedo nella sua posizione abituale: immobile, le braccia conserte, la testa china sul petto, lo sguardo fisso in un punto indefinito.   A volte, avvicinandomi a lui, domandavo:
«Nonno, a che pensi?»
Quasi sempre non mi rispondeva; si limitava a guardarmi con lieve sorriso. Poi, incurante della mia presenza, tornava a fissare un punto impreciso nel giardino, come a riprendere un’attività dalla quale era stato interrotto.
Chissà che ricordi, in quell’istante, ne attraversavano la mente!
Di sicuro non brutti, se a tratti ammiccava coi piccoli occhi castani come gioisse interiormente: forse ricordi di luoghi, persone ed esperienze vissute in lunghi ottant’anni.
Ma più ancora rivedo mio nonno nella sua stanza, seduto vicino alla finestra, dinanzi a un cavalletto improvvisato: una sedia di paglia con sopra una tela o un piccolo foglio di compensato. Egli aveva una grande passione per la pittura.
Io non so chi gli avesse insegnato quell’arte, forse nessuno, come nessuno l’ha insegnata a me, avendola appresa naturalmente, osservando mio nonno dipingere con dedizione.
Ricordo che accoccolato ai piedi del vecchio restavo, tutto il tempo in cui pitturava, ad ammirar le persone, gli animali, gli alberi, i cieli che scaturivano, come per incanto, dal suo pennello. Seguivo col fiato sospeso i lenti movimenti della sua mano, mentre indugiava su un petalo, un labbro, una ciocca di capelli, un sopracciglio, che a poco a poco acquistavano corpo, delineandosi, in una calda vivezza di luce, in una ricca gradazione di tinte pastose e trasparenti.
Posso affermare, senza ombra di dubbio, che quelle persone, quegli animali, quegli alberi, quei cieli erano espressi con stile realistico, assai caro a molti pittori che ancora ritengono l’arte imitazione o, per dirla con Sciltian, “illusione della realtà”.
Mi stupisce come mio nonno raffigurasse in modo davvero impeccabile – senza sproporzioni nelle forme, né incertezze nell’uso dei colori – contadini, vecchie, pastori, animali, non avendo davanti alcun modello, alcuna immagine cui ispirarsi.
Da dove gli veniva quella maestria, quella grande armonia delle linee, quella perfetta fusione di luci e ombre, quella soave morbidezza di colori?
Io credo di saperlo.
Gli veniva non già dalla sua fantasia, per quanto fervida e calda, ma dall’aderenza a un mondo reale: mondo puro e sereno, popolato di cose e uomini vivi, sebbene di un tempo scomparso.

lunedì 19 giugno 2017

GLIU ZINZERE di Camillo Marino

Il 2 febbraio 1956, giorno della Candelora, fu una giornata indimenticabile, specialmente per i ragazzi di allora.
Eravamo a scuola quando cominciò a cadere una neve fitta e copiosa. Fu l’inizio d’una nevicata senza precedenti, che durò circa un mese. La neve caduta raggiunse una misura considerevole, prossima al metro.
Erano altri tempi! Il benessere d’oggi, malgrado il momento di congiuntura, era allora una meta ben lontana, difficile da raggiungere.
Le famiglie più fortunate si scaldavano al fuoco del camino a legna. Molti, invece, facevano ricorso al modesto braciere. Oggi il braciere è diventato un oggetto decorativo: lo si vede sovente, nelle case, adibito a fioriera.
Come pure è fuori uso lo scaldaletto, oggetto divenuto anacronistico, e anch’esso destinato, per civetteria, ad abbellire le abitazioni.
Ma torniamo alla memorabile nevicata del ’56.  Le scuole rimasero chiuse per molti giorni. Noi ragazzi il freddo, quasi, non lo sentivamo.
L’appuntamento quotidiano era fissato in piazza o nelle strade più note e facilmente transitabili del paese, per darci battaglia con le palle di neve.
Accadeva di frequente che per scaldarci le mani facevamo ricorso agliu zinzere.
Ma che cos’era gliu zinzere? Con questo termine dialettale solevamo indicare l’incensiere, ovvero quell’oggetto in uso nelle chiese, durante lo svolgimento di messe o altre funzioni religiose, dentro il quale bruciava l’incenso necessario ai riti medesimi. Più precisamente si tratta di un piccolo recipiente metallico a forma di coppa o calice con coperchio legato a delle catenelle che lo fanno muovere nel momento in cui il celebrante sparge l’incenso. Io, come molti miei coetanei, avevo appreso il modo assai originale di scaldare le mani dalle generazioni di ragazzi che ci avevano preceduto.
Un semplice barattolo di quelli che conservano, ad esempio, i pelati o i fagioli, qualche foro sul fondo o sulle pareti dello stesso, un filo di ferro o spago usato per dare il movimento necessario a tener vivo il fuoco sottratto a qualche braciere o camino.
Si costruiva così gliu zinzere! Era un efficace, ingenuo espediente per proteggerci le mani dal freddo pungente di quel terribile inverno. Intanto, giorno dopo giorno, si aggiungeva neve ad altra neve. Un paesaggio da fiaba, quasi irreale, ci accompagnò per lunghissimo tempo.
Non di rado accadeva dare una mano ai grandi: spalare la neve vicino agli usci delle case, o alleggerire i tetti che si erano appesantiti a dismisura e destavano qualche preoccupazione.
Quello che ad altri poteva sembrare un immane fatica, a noi ragazzi pareva un fantastico gioco, un modo non poco entusiasmante per fare gruppo e divertirci spensieratamente. Ignoravamo totalmente la disastrosa situazione di molte persone che, non potendo svolgere la loro abituale attività di lavoro, non percepivano più il salario, oppure di quelli che, lavorando la terra, erano costretti a rinunciare alle colture, alle loro consuete produzioni.
Non potevamo essere coscienti di tanta precarietà. Come si poteva esserlo a poco più di dieci anni di età? Ma, oggettivamente, la situazione, con il passare dei giorni, con nuove nevicate, era divenuta pesante, quasi insopportabile.
Nella mia memoria si sono alquanto sbiaditi o del tutto cancellati altri momenti di quelle giornate vissute tanto intensamente, con fanciullesca allegria ma con l’angoscia e la preoccupazione di tante persone adulte. IL sole portò via la neve. Le braccia di molti ripresero le attività di sempre. Ritornò finalmente l’ottimismo e gli zinzere sparirono… almeno fino all’inverno seguente.

 

sabato 17 giugno 2017

A PROPOSITO DI “AQUINATES” di Gianni Dorefice

Leggere e ricordare soprannomi e curiosi nomignoli ci riporta con la mente a stagioni passate e a personaggi realmente esistiti, che hanno popolato e caratterizzato le contrade del nostro paese, ma nello stesso tempo anche la nostra esistenza giovanile, vissuta in un ambiente, forse ingenuo, ma ricco di sentimenti genuini.
Questo il mio piccolo contributo, ma di certo la ricerca potrà essere arricchita da altri, in quanto ogni contrada può annoverare nomi e soprannomi tipici del luogo.
Panunte, Pallone, Palline, Scoppettata, Ciccarone, Caprileie, Perriglie, Pezzanire, Viccione, Mirena, Surgella, Geselave, Paccone, Zumpitte, Collacciane, Caine, Petterusce, Piscitte, Piscione, Cacone, Titta, Tittone, Taviucce, Tattazzinna, Fuchetta, Cuscine, Nuritte, Patana, Ciammarucare, Capricce, Caporale, Cipollitte, Coareglie, Chiuvitte, Capedentrondola, Parigina, Cupidde, Stracinapagne, Cuncettella, Raimucce, Maciuleie, Miciotte, Migliarde, Melone, Meliucce, Matarezze, Mo’ semore, Meddiucce Rachele.
Seguono alcune sfiziose denominazioni onomatopeiche:
Mangiante, Mangiabene, Mangiaterra, Magnaosse, Mangiagalline.
Culapisce, Culepanne, Culecricche, Senzacule, Pezzancule.
Alcuni di questi “nomi” sono stati già citati da Peppe Murro ma riportati per motivo di assonanza.

martedì 13 giugno 2017

AQUINATES di Peppe Murro


Galosc, Sciabbecch, Zirichitt, Paperott, Senzacul, Scacat, Pelus, Ciarceglie, Mangiacagline, Napoleone, Pirulin, Popov, Zazzott, Ndindiglie, Spavent, Pataccon, Zupp’lone, Cazzirr, Palletta, Pallina, Cuzzone, Pallunera, Mastriglie, Rucchitt, Margiott, Pippareglie, Nasecan, Scuperchiacanal, Pullastreglie, Ntaccateglie, Bambuletta, Pitazz, Cicch’fracc, Gl’ass, Cicquett, Zuzerellon, Muscitt, Pizzètta, Spanzat, Zizzì, Battent, Pantaneglie, Pip’leglie, Cappellacc, Chiss d’zilla, Muss d porc, Sor cipolla, Gliu ramar, Bubbù, Slim, Zannona, Purchitt, Jonz, Nicussina, Patanella, Renò, Pir roscia, Mo’memore, Fezzetta, Chiss musscitt, Piruccheglie, Scarpaleggia, Mignogn’l, Chiss girella, Birbosc, Taranteglie, Pappucc, Zucculitt, Piparol, Bobbò, Babbà, Bebbé, Carn’secca, Badoglie, Cul’pane, Crapilott, Picozz, Scanbirr, Spacchitt, Piceppa, M’zzone, M’buccitt, Mill’lire, Furmicone, Surdon, Furmeteglie, Cicchett, Mattott, Ciunniglie, Pechereglie, Magnaoss, Cannitozza, Cianfrana, Senza nas, Cap’n’trontoglie, Minicareglie, Paulineglie…
Così si sono sempre chiamati gli aquinati, in modo ironico, descrittivo, talvolta irriverente e sarcastico, ma sempre puntuale ed efficace per una mappatura dell’umanità del nostro paese. E forse varrebbe anche la pena di farne uno studio. Uno stradario umano di allora, una sorta di navigatore pre-moderno; e se c’è un modo di capire il carattere di una comunità, è andare a guardare i soprannomi: lì si rivela la natura dei rapporti umani, specie in provincia; e si scopre, al di là dello sghignazzo e di un talvolta irriducibile sorriso beffardo, il legame profondo tra le persone. Ma dietro i soprannomi c’erano persone reali e il calore mai negato dei rapporti, cosa un po’ più vera dei “mi piace” o dei “condividi” e infinitamente più autentica delle “amicizie” dei “social” attuali.

(Grazie per la collaborazione a Paulineglie - 7.6.17)

 

sabato 10 giugno 2017

15 FEBBRAIO 1944 di Tommaso Di Brango

Il grosso dell’inverno se n’era andato ma il freddo restava. Mai come quell’anno ho atteso l’arrivo della bella stagione. Le case della contrada erano state occupate dai tedeschi e noi tutti ci eravamo nascosti nelle grotte circostanti. Appiccavamo il fuoco: ma sempre freddo era.
Durante la notte non avevo dormito benissimo. Mi ero svegliato tre o quattro volte e ogni volta avevo faticato non poco per riprendere sonno. Quando avevo poggiato il capo mi si era messa in testa la scena di una casa in macerie e questo pensiero mi aveva tolto l’animo di dormire. Chissà se è vero che alcuni sogni predicono il futuro.
Sta di fatto che, alzandomi dal giaciglio di foglie dove avevo passato la notte, cercai la mano di mio padre. Da quando avevano invaso le Valli non avevo più detto una parola: riuscivo solo a cercare la mano di papà. Qualche anno dopo il medico che mi ha fatto fare riabilitazione mi ha detto che mi aveva preso un trauma perché mia madre non era più uscita dalla polvere. Aveva tirato un piatto in testa a un tedesco e loro l’avevano fucilata.
Papà mi diede la mano sinistra e, con la destra, mi carezzò i capelli. D’un tratto, però, sentimmo il volo di un aereo e, subito dopo, un boato in lontananza. Di lì a poco ne seguì un altro, e poi un altro e un altro ancora.
Ci affacciammo dalla grotta e vedemmo Montecassino in fiamme. Papà scambiò alcune parole con gli altri contradaioli nascosti nella grotta. Fortuna che non erano per noi, disse qualcuno.  

mercoledì 7 giugno 2017

VIA SAN COSTANZO CINQUANT’ANNI FA di Rita Di Sotto

Chiunque percorra oggi via San Costanzo, la strada che dalla piazzetta dei Conti d’Aquino scende verso l’ingresso del Parco del Vallone, per poi risalire fino alla “fontanina”, incontrerà, se è fortunato, una o due persone. Le famiglie che infatti risiedono in quella via sono poche. La vita vi scorre tranquilla, silenziosa, e difficilmente si riesce a immaginare come un tempo potesse essere diversa.
In quella via, circa cinquant’anni fa, ho trascorso gran parte della mia infanzia, dal momento che i miei nonni paterni vi possedevano una casa che oggi non esiste più.
È ancora vivo nei miei ricordi il trambusto quotidiano esistente in via San Costanzo affollata di gente: gente che lì abitava o arrivava da altre zone di Aquino o dalla campagna, essendo quel borgo ricco di botteghe.
Proprio all’inizio di esso, nella piazzetta dei Conti d’Aquino, vi era la bottega di un fabbro, in cui risuonava il martello che picchiava sul ferro arroventato per dargli forma.
Man mano che si scendeva nella via, si incontravano i venditori di uova e di pollame, il cui verso e battere d’ali producevano un certo frastuono che metteva allegria; il ciabattino, che dalla mattina alla sera era chino sopra il suo tavolo a conficcare chiodi o ad incollare suole.
In quegli anni le scarpe non si buttavano via tanto facilmente: dovevano durare fino a che non era possibile più ripararle. Ragion per cui, davanti alla bottega del ciabattino vi era sempre della gente, per lo più proveniente dalla campagna. In quella stessa bottega, all’occorrenza, si facevano anche riparazioni ai vestiti o addirittura se ne confezionavano di nuovi.
Più giù del ciabattino, vi era la venditrice di sapone e varichina, e nessun negozio sembrava più indovinato del suo, visto che molte donne si recavano ogni giorno a lavare i panni al vicino lavatoio.
Alla fine della discesa di via San Costanzo si trovava il mulino a pietra, che veniva alimentato dalle acque della cascata della “forma”, proprio subito dopo il lavatoio. Anche da una distanza considerevole si poteva sentire il frastuono prodotto dalle macine; e man mano che ci si avvicinava al mulino era difficile farsi ascoltare, perfino alzando la voce.
Vi era quindi la bottega del falegname, davanti alla quale, tutte le mattine, venivano esposti i vari manufatti. Non era raro che appoggiate presso l’uscio vi fossero anche delle casse da morto, quasi a voler invogliare i passanti a comprarle.
Un’altra bottega di fabbro era situata all’inizio della salita che conduceva alla “fontanina”; a metà della salita, poi, vi era un negozietto di generi di prima necessità. Vi si trovava un po’ di tutto: dalla pasta e dallo zucchero, venduti sfusi, agli articoli di cancelleria, tra cui i quaderni scolastici dalla copertina nera e dai fogli bordati di rosso.
E dulcis in fundo, quasi nella porta accanto, per la gioia di noi ragazzi, abitava il venditore di lupini e castagne secche, una vera leccornia a quei tempi in cui ci si accontentava di poco.
Questa è la via San Costanzo che io ricordo: una via piena di vita e di attività, in cui le donne sedevano spesso sull’uscio di casa a rammendare, a ricamare, a svolgere varie mansioni domestiche e quotidiane o semplicemente a chiacchierare tra loro, in cui le porte di casa si spalancavano al mattino per essere chiuse a tarda sera. Ricordo soprattutto i tanti ragazzi che assieme a me giocavano in quella via, correndo su e giù, felici soprattutto di stare in compagnia gli uni degli altri.

lunedì 5 giugno 2017

ROCCO E L’AMIGDALA di Costantino Jadecola

Dalla Befana fascista del 1936 Rocco Baccari, classe 1928, riceve in dono un «sussidiario usato», ci tiene a chiarirlo, della terza elementare. Anche se frequenta ancora la seconda, Rocco lo legge ugualmente con avidità e con interesse: è un po’ tutto ad affascinarlo ma un tantino di più sono le misteriose vicende della preistoria.
Passano gli anni e arriva, ma passa anche, la Seconda guerra mondiale. Aquino è ridotta ad un cumulo di macerie e la via della ricostruzione si è iniziati appena a percorrerla. Sarà stato i1 1947 o forse il 1948. Rocco è ormai ventenne, o quasi. Il copione della vita gli ha riservato un piccone ed una pala ma lui non ne fa un dramma; il rimpianto, semmai, è per le scuole che per forza di cose ha dovuto «chiudere» alle elementari.
Con il padre Vincenzo e con il fratello Giuseppe lavora, infatti, in un’antica cava di pozzolana, altrimenti nota come «gliù cavarena», materiale molto richiesto per via della ricostruzione. Già di proprietà della famiglia Spezia e poi di Pasquale Pelagalli, la cava è sulla «rotabile per Pontecorvo», proprio al di sopra del lungo curvone che precede l’inizio di quella salita localmente nota come «la salita gliù sìneche», appena un centinaio di metri prima di sottopassare il viadotto sui Pantani della ferrovia per i treni ad alta velocità.
Il lavoro procede senza emozioni ma con molta fatica. Rocco affonda quasi meccanicamente il piccone nella sabbia. Di tanto in tanto, qualche parola con il padre e con il fratello.
Poi, arriva quel giorno. Un giorno come gli altri, lo stesso lavoro di sempre. A un certo punto, però, mentre scava con il solito piccone, Rocco ha la sensazione che l’impatto fra la lama e la sabbia è diverso dal solito. Meno «dolce» del solito.
Si chiede: «Ma cosa può esserci in quel banco di sabbia di diverso dalla sabbia?».
L’interrogativo merita una risposta, per cui riprende a scavare con molta delicatezza e con più attenzione. E la risposta non tarda ad arrivare.
Infatti, poco dopo, Rocco si ritrova fra le mani una pietra incrostata di sabbia che il piccone ha spezzato in due. Fosse stato un altro a trovarla, non ci avrebbe pensato su due volte e l’avrebbe gettata via. Rocco, invece, la pulisce alla meglio togliendovi la sabbia, la controlla con attenzione e mentre se la gira delicatamente tra le mani è già convinto che non si tratta di una comunissima pietra ma di una «strana» pietra, di una pietra non certo preziosa ma che un qualche valore deve averlo. Recupera anche l’altro pezzo, lo pulisce alla meglio e poi fa combaciare le due parti, laddove la lama del piccone aveva colpito: l’ipotesi di Rocco, ovvero quella sensazione che l’aveva sfiorato, è confermata.
Mentre le mani compiono queste azioni, la sua mente sfoglia a ritroso le pagine del tempo fino a quel sussidiario della Befana fascista dove di una pietra come questa c’era addirittura la fotografia: aveva fatto un tale effetto nella sua memoria infantile da non averla mai più dimenticata. Ora ha addirittura la fortuna di averne una eguale fra le mani e non sta più in sé per quella scoperta: sarà stata lunga sui venti centimetri ed un aspetto che si avvicina ad una grossa mandorla. Gli studiosi della materia la chiamano amigdala ed è, in sostanza, un’arma creata ed usata dagli uomini dell’età della pietra.
Ma Rocco non ha il tempo di fantasticare e per quanti sforzi faccia per spiegare che si tratta di una grossa scoperta, papà Vincenzo lo richiama alla realtà delle cose evidenziando seri dubbi sulle capacità mentali di quel figlio uscito pazzo per una pietra. Dubbi che, ovviamente, non ha difficoltà a manifestare in caratteristiche ed irripetibili espressioni dialettali.
A Rocco non resta altro che fare buon viso a cattivo gioco e riprendere a lavorare. Ma ora è diverso, consapevole com’è di trovarsi su un terreno che, in un certo senso, scotta. E scotta per davvero se gli capita, appena dopo, di trovare un dente di una ventina di centimetri di lunghezza ed un tantino ricurvo ed un osso lungo all’incirca un metro, che Rocco ritiene possa essere stata la tibia di un grosso animale.
E finalmente, un’altra amigdala. Stavolta, però, tutta intera e senza nemmeno un graffio.
Nonostante Vincenzo Baccari sia sempre più perplesso circa le capacità mentali del figlio, per Rocco quelle scoperte costituiscono argomento di conversazione con gli amici «più istruiti» ed un buon motivo per fantasticare.
Poi, per iniziativa dell’insegnante Vincenzo Pelagalli, la “pietra a mandorla” finisce col girare a scuola per esser fatta conoscere ai bambini. Finché, qualche tempo dopo, non viene segnalata ad Italo Biddittu - lo stesso studioso cui si deve la scoperta nelle campagne di Ceprano, il 13 marzo 1994, del cranio appartenuto al più antico cittadino italiano o addirittura europeo (si parla di oltre 700.000 anni) - che già allora si interessava alla storia e, soprattutto, alla preistoria del territorio, il quale provvede a darle la meritata risonanza.
Ho chiesto al prof. Biddittu quale significato attribuire all’amigdala scoperta casualmente da Rocco Baccari ed in quale epoca collocarla. Secondo l’illustre studioso, «il rinvenimento di manufatti bifacciali acheuleani nel territorio di Aquino testimonia ulteriormente la diffusione nel Lazio meridionale di un aspetto culturale che si sta rivelando di fondamentale importanza per la storia dell’uomo. L’amigdala di Aquino, ottenuta con tecnica di scheggiatura evoluta da un blocco o ciottolo di calcare, è riferibile al glaciale Riss; in termini di cronologia assoluta, si può indicare una età approssimativa di 250.000 anni».
- Ma al di là di questa specifica pietra, ho chiesto ancora ad Italo Biddittu, quali sono le più significative testimonianze pervenuteci da queste epoche lontanissime ed a quali di queste epoche, in particolare, esse si riferiscono?
- «Si tratta di manufatti in pietra scheggiata che erano prodotti dall’uomo preistorico per destinarli alla caccia degli animali selvatici. Alcune volte si rinvengono anche manufatti in osso ricavati dalle diafisi delle ossa lunghe dei mammiferi. Ad Aquino, nella località in cui era aperta la cava di pozzolana Pelagalli, sono stati rinvenuti alcuni bifacciali (amigdale) acheulane. »
- A taluni ‘resti preistorici’ trovati sotto l’abitato di Aquino nel 1927 viene attribuita un’origine «terramaricola», al pari di quelli scoperti l’anno precedente a Ceprano in contrada «Le Pantane» da Giovanni Colasanti. A che epoca possono farsi risalire e quale opinione si ha sulla loro origine?
- «L’attribuzione dei ritrovamenti preistorici ad una presunta cultura ‘terramaricola’ era un fatto diffuso nei primi decenni del secolo ed era una logica conseguenza dell’influenza esercitata da Luigi Pigorini e la sua scuola. Secondo il Pigorini la diffusione della civiltà in Italia era stata condizionata dall’espansione di elementi caratteristici dell’Europa centrale; questa convinzione spingeva i ricercatori a considerare come ‘terramaricoli’ gran parte dei reperti preistorici che venivano occasionalmente alla luce in varie parti d’Italia. È attualmente impossibile dare una definizione culturale e cronologica dei resti trovati a Ceprano e ad Aquino, poiché credo siano dispersi. Di notevole interesse, invece, è il ritrovamento di ceramiche preistoriche riferibili alla fine dell’età del rame che ho rinvenuto alcuni anni fa, sempre nelle vicinanze della cava Pelagalli. Si tratta di pochi frammenti di vasi alcuni dei quali decorati sulla superficie esterna da listelli di argilla applicati che trovano confronto con quelli del villaggio di Selva dei Muli a Frosinone. Dal punto di vista cronologico questi reperti possono essere datati intorno al 2000 a.C.»
- Dove sono conservati sia questi reperti che l’amigdala?
- «L’amigdala rinvenuta da Rocco Baccari è conservata presso il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma; pochi altri bifacciali e le ceramiche della cava Pelagalli sono presso l’istituto Italiano di Paleontologia Umana, sempre a Roma.»
In effetti, però, almeno per quanto riguarda la pietra a mandorla, al museo Pigorini da tempo non se ne ha traccia alcuna. Quanto agli altri reperti segnalati dal prof. Biddittu, invece, sarà il caso di compiere analoga verifica presso la sede indicata. Anche perché, con il sempre maggior prestigio acquisito dal ‘Museo della città’ di Aquino, sarebbe il caso che certe testimonianze tornassero ai loro luoghi di origine.
A Rocco Baccari, con la soddisfazione che il suo nome venga citato sulle pubblicazioni scientifiche associato alla scoperta di una delle amigdale di Aquino, di una metà della «pietra a mandorla» è rimasto solo un calco in cemento che lui stesso, provvidenzialmente, realizzò prima di consegnare l’originale alla collettività.
Anni fa sono andato con Rocco alla cava. E mentre mi raccontava questa storia, ruspando con le mani nel terreno, ha tirato fuori un pugno di soffice sabbia, più soffice di quella del mare. Era la sabbia che custodiva l’amigdala, la stessa dove, forse, sono ancora custoditi chissà quanti e quali altri segreti del più remoto passato di Aquino e del territorio.