venerdì 23 giugno 2017

IL PITTORE DEI RICORDI di Paolo Secondini

Sebbene passino gli anni e il tempo distenda un velo di oblio sui vari momenti della nostra vita, resta nitido nella memoria almeno un evento, o una persona, di cui serberemo un ricordo indelebile, come qualcosa di sempre presente ai nostri occhi.
Io, per esempio, ho ancora viva dentro di me la figura di mio nonno, che ebbi modo di amare e di apprezzare nella mia adolescenza.
Era alto, magro, gentile nell’aspetto e nobile nel portamento. Lo rivedo, come mi fosse davanti, seduto in giardino, d’estate, all’ombra dei glicini odorosi; lo rivedo nella sua posizione abituale: immobile, le braccia conserte, la testa china sul petto, lo sguardo fisso in un punto indefinito.   A volte, avvicinandomi a lui, domandavo:
«Nonno, a che pensi?»
Quasi sempre non mi rispondeva; si limitava a guardarmi con lieve sorriso. Poi, incurante della mia presenza, tornava a fissare un punto impreciso nel giardino, come a riprendere un’attività dalla quale era stato interrotto.
Chissà che ricordi, in quell’istante, ne attraversavano la mente!
Di sicuro non brutti, se a tratti ammiccava coi piccoli occhi castani come gioisse interiormente: forse ricordi di luoghi, persone ed esperienze vissute in lunghi ottant’anni.
Ma più ancora rivedo mio nonno nella sua stanza, seduto vicino alla finestra, dinanzi a un cavalletto improvvisato: una sedia di paglia con sopra una tela o un piccolo foglio di compensato. Egli aveva una grande passione per la pittura.
Io non so chi gli avesse insegnato quell’arte, forse nessuno, come nessuno l’ha insegnata a me, avendola appresa naturalmente, osservando mio nonno dipingere con dedizione.
Ricordo che accoccolato ai piedi del vecchio restavo, tutto il tempo in cui pitturava, ad ammirar le persone, gli animali, gli alberi, i cieli che scaturivano, come per incanto, dal suo pennello. Seguivo col fiato sospeso i lenti movimenti della sua mano, mentre indugiava su un petalo, un labbro, una ciocca di capelli, un sopracciglio, che a poco a poco acquistavano corpo, delineandosi, in una calda vivezza di luce, in una ricca gradazione di tinte pastose e trasparenti.
Posso affermare, senza ombra di dubbio, che quelle persone, quegli animali, quegli alberi, quei cieli erano espressi con stile realistico, assai caro a molti pittori che ancora ritengono l’arte imitazione o, per dirla con Sciltian, “illusione della realtà”.
Mi stupisce come mio nonno raffigurasse in modo davvero impeccabile – senza sproporzioni nelle forme, né incertezze nell’uso dei colori – contadini, vecchie, pastori, animali, non avendo davanti alcun modello, alcuna immagine cui ispirarsi.
Da dove gli veniva quella maestria, quella grande armonia delle linee, quella perfetta fusione di luci e ombre, quella soave morbidezza di colori?
Io credo di saperlo.
Gli veniva non già dalla sua fantasia, per quanto fervida e calda, ma dall’aderenza a un mondo reale: mondo puro e sereno, popolato di cose e uomini vivi, sebbene di un tempo scomparso.

2 commenti:

  1. Bellissimo racconto, caro Paolo...

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    1. Grazie, Adriana, della tua visita. Spero che il blog Cronache Aquinati possa continuamente stimolare il tuo interesse. Mi dispiace solo che questa volta io non possa avvalermi della tua collaborazione letteraria, essendo il blog legato esclusivamente ad Aquino: storia, personaggi, ricordi personali, usi, costumi, tradizioni... ma se ami, come noi aquinati, la figura, il pensiero, l'opera di Tommaso d'Aquino, qualcosa di lui, in forma di saggio o narrativa, puoi certamente provare a scriverla, e già m'immagino la squisita, accattivante originalità del tuo scritto (conoscendo le tue grandi doti letterarie), del quale proverò, nel caso, a tradurlo dallo spagnolo in italiano.
      Un saluto cordiale da Paolo

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